Ci voleva solo un ideale per non essere un assassino

Non mi è facile trovare le parole giuste per quello che proverò a scrivere. Mi chiamo Michelangelo, sono stato condannato all’ergastolo per reati collegati al crimine organizzato. Raccontarvi dei reati per cui sono stato condannato non vi servirebbe a nulla, invece vi parlo di come dei ragazzi hanno imboccato la via del non ritorno.
Sono nato a Cesa, un piccolo paese in provincia di Caserta. Ai miei tempi era normale vivere di illegalità, si era creata una grande distanza tra la gente e le Istituzioni, perché la maggior parte della popolazione era impregnata di una certa subcultura. Subcultura che influenzava la vita di molte generazioni, e allora nessuno li chiamava criminali, perché la gente si rivolgeva a loro per qualsiasi problema.
Sinceramente quelle persone non erano un ente benefico, anzi, agivano solo per un loro interesse, ma quella subcultura aveva portato la popolazione ad accettare anche le violenze, giustificandole come conseguenza di un atto di giustizia.
A noi ragazzi capitava spesso di assistere ad episodi violenti, per noi era diventata la normalità; noi ci limitavamo a commentare cosa facevano i grandi del nostro paese e cercavamo di imitarli, erano i primi passi sulla strada maledetta, e sono cominciati quando i grandi per tenerci impegnati cominciarono a darci delle mansioni; una di queste era di passare tutti i giorni dal carcere di S. Maria C.V. per vedere se i detenuti avessero bisogno di qualcosa.
Molti del nostro paese erano detenuti, e noi ci avvicinavamo sotto le finestre che davano sulla strada per portare o ricevere dei messaggi, tipo: “Vai da mia madre, e digli di portarmi questo o quello al colloquio”; ma devo dire che quasi tutta la gente che passava nelle vicinanze del carcere se sentiva fischiare, si fermava per vedere di cosa avessero bisogno. Si fermavano perché le richieste che arrivavano dal carcere venivano viste come una richiesta di aiuto, e chi non le soddisfaceva veniva allontanato dal resto della gente.
Un’altra mansione era di risolvere piccoli problemi, e quasi sempre si trattava di qualcuno che aveva subito qualche furto; e tutto questo a noi sembravano buone azioni, invece quelle piccole cose ci avvicinavano sempre di più al crimine, perché andare dai ladri per fargli restituire la refurtiva, era una prova di forza, perché chi ruba, non è contento di restituire la refurtiva, se lo fa è solo per paura, e non di noi ragazzi, ma di chi c’era dietro di noi, e infatti quando succedeva che il ladro non ci dava ascolto, tornavamo più tardi con uno più grande, e a quel punto il ladro diventava disponibile.
La gente del nostro paese ci definiva dei bravi ragazzi, e questo era il grande inganno, perché quegli elogi ci facevano più male che bene, perché ci convincevano sempre di più che il nostro agire era giusto, mentre in realtà era l’inizio della nostra rovina.
Nel mio paese, all’età di 15 anni, si era già grandi, sia per le cose che avevi visto che per quelle che avevi fatto, perciò all’età delle scuole superiori ormai molti di noi erano ormai irrecuperabili; avevamo avvicinato come non mai la popolazione a noi, consolidando con loro il patto che aveva alla base questa idea: voi potete contare su di noi per qualsiasi problema, ma dovete a vostra volta essere disponibili ad ogni nostra richiesta.
Questo patto ci portò soldi e potere, questi due elementi sono come la droga, una volta che ci fai conoscenza non puoi più farne a meno, e il potere molto spesso produce violenza.
Poi la storia si è ripetuta, perché poi a nostra volta, da grandi, anche noi siamo stati cattivi maestri, perché passavamo un po’ del nostro tempo con i ragazzi che avevano preso il nostro posto in strada, per dargli i soliti consigli e le solite mansioni.
Siamo cresciuti con la convinzione che quel modo di vivere era giusto, non abbiamo avuto nessuna possibilità di riflettere sulla nostra vita, perché fin da piccoli conoscevamo solo quel mondo ed era impossibile capire che era il mondo sbagliato; nessuno ha mai fatto nulla per aiutarci, forse perché allora era una rarità chi andava contro corrente.
La maggior parte di quei ragazzi che eravamo noi sono finiti in carcere, molti condannati all’ergastolo, alcuni più “fortunati” sono stati uccisi perché il potere crea odio e violenza.
Oggi riesco ad accettare la responsabilità del mio destino, ma solo perché in questi ultimi anni di detenzione ho avuto la fortuna di intraprendere un percorso di reinserimento come giustizia riparativa e un corso di catechismo, che mi ha aperto la mente, facendo nascere in me sentimenti positivi e costruttivi.
Sono da anni in carcere, ma tutti gli anni che ho trascorso da detenuto, prima di intraprendere il percorso di reinserimento, anni fatti di una carcerazione riflessiva, non sono serviti a niente.
Per l’esattezza sono 40 anni trascorsi prima di arrivare qui a Ivrea, perché quel tipo di carcerazione, solo di contenimento e non di reinserimento, produce gli stessi effetti devastanti di quella subcultura di quando eravamo fuori, odio e violenza, perciò è vitale per la persona detenuta essere accompagnata in un percorso di cambiamento.

(L’uomo ombra)
Michelangelo D.

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