Le figure del piacere. “La poesia permea la pelle del mondo”

“La poesia permea la pelle del mondo” :  Poesie spontanee n. 1, 2 e 3 – la scrittura spontanea come esperienza poetica.
Seconda parte di “…ad una rapida ricerca risulta essere un poeta..”. 

Sì. La poesia permea la pelle del mondo. Essa ha le sue sorgenti e i suoi fruitori nelle donne e negli uomini di ogni epoca, di ogni età, di ogni cultura. Di tutte le forme del linguaggio, inclusa la musica, essa è la piu intensiva ed estensiva, la più completa dal punto di vista umano: essa attinge da tutti i livelli della personalità e dai suoi elementi più dinamici ed interagenti (subconscio, coscienza, memoria, istinti, convinzioni, norme…). La poesia è sempre fisicità e ideazione allo stesso tempo: è cenestesica (si alimenta di tutti i sensi – vista, udito, gusto, tatto, olfatto..) e concettuale (gioca con  lo scambio continuo tra i molti significati e forme di un concetto e le multiple, aperte relazioni tra le parole, il loro suono, i loro ritmi…)…: !Ah, i tuoi capelli d’oro, tesoro mio, oh, mare senza fondo, aria lucente, terra della mia terra; dalla tua bocca di fuoco berrò l’ambrosia, mio/a colombello/a, fammi volare e morire d’amore, mio/a guerriero/a…!

Dove nasce il fuoco? Dove nasce l’acqua? Quando? Come? Dove, quando, come  nasce la poesia?  Il fuoco e l’acqua vivono nell’universo ma l’inizio del loro complesso ciclo di vita è difficile da stabilire; la poesia vive dentro ognuno di noi ed è solamente attraverso la nostra poesia che entriamo in sintonia e dialogo con quella degli altri. Come è arrivata, però, dentro di noi? Come viene fuori, come si rende presente? Come nasce? Si dice che ogni linguaggio sia già dentro di noi prima ancora che lo impariamo coscientemente. E’ ciò possibile? Sì. Quando da bambini andiamo a scuola ad imparare a leggere e scrivere sappiamo già  farlo, non lo facciamo con i suoni e le lettere degli adulti ma già sappiamo farlo. Si è prodotto in noi un addestramento inconsapevole che poi rendiamo consapevole mentre impariamo a capire la corrispondenza tra i nostri suoni e lettere e quelle di chi ci insegna. I maestri fanno da mediatori. E’ così che funziona la poesia? Penso di sì.

Nelle righe che seguono il lettore troverà tre esempi possibili (preannunciati e descritti nella prima parte di questo articolo) di quel momento “magico” nel quale la persona mette in gioco tutte le sue istanze ( istintive, conscie, subconscie…) per far emergere spontaneamente, senza controllo razionale nè tecnica creativa, una scrittura che appare già poesia prima ancora che sia poesia. Una poesia della quale il suo creatore già sapeva prima ancora di essere conscio di sapere. Una poesia, però, dove il suo creatore non è ancora l’autore ma il “medium” di se stesso.

E’ paragonabile questa poesia, dicevo nella prima parte di questo articolo, alla poesia surrealista, o alla poesia beat o alla poesia tout court? E al flusso di coscienza?  Chiaramente no. Anche se i manifesti poetici di queste tendenze dichiarano intenzioni che sembrerebbero preannuciare una poesia spontanea:

André Breton nel  “Manifesto del Surrealismo” del 1924 definisce la tecnica surrealista come: “Automatismo psichico puro, attraverso il quale ci si propone di esprimere, con le parole o la scrittura o in altro modo, il reale funzionamento del pensiero. Comando del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica e morale”.

Allen Ginsberg nei “Diari degli anni ’50” scrive: “poichè questo quaderno non è abbastanza spontaneo sono passato ad una scrittura pazza su quaderni di scuola bluette”.

Joseph Brodskij nella poesia “Farfalla” del 1986 scrive: “Così la penna va/ sopra la carta liscia/ di un quaderno e non sa/ come finisce/ una sua riga/ dove si mescolano/ saggezza ed idiozia/ ma si fida dei moti della mano/ nelle cui dita batte la parola/ del tutto muta…[…]”

Il flusso di coscienza (Joyce…) è un brillante artificio narrativo per esporre l’azione dei personaggi di finzione in terza persona. Esula, quindi, dalla nostra casistica.

In realtà, tuttavia, queste tecniche letterarie si basano  sull’assoluto controllo razionale del processo poetico, come evidenzia l’analisi di molti dei manoscritti. L’esperienza poetica spontanea, fisica, alla fine non avviene; la loro materialità e spontaneità sparisce, quindi, col dispiegamento della tecnica poetica.

Ecco di seguito i tre testi più volte preannunciati così come appaiono nei manoscritti. Un avviso: il lettore identificherà  (sono anche segnalati graficamente) errori ortografici (non è detto che lo siano), termini impropri nell’italiano (sicuro che non abbiano un senso?) o associazioni tra termini e concetti piuttosto inspiegabili. Di tutto ciò tenterò di dare ragione più avanti.

Poesia spontanea n.1; ore 5.43; 10′ circa

Oh notte, [oh morte] giubilosa, incantata dall’ oro e dalle perle, dal luccichio indecente delle sete e dei velluti, invisibile riflesso delle luci, lontananza e presenza inconvente delle giungle, delle selve lontane e dei fiumi caudalosi, rumorosi, assordanti, cascate di fuoco, d’acqua, d’argento vivo, di oro crogiolato nelle oscure botteghe antiche come ossa dall’ossario infinito del tempo. Oh notte [oh morte] allambicata di pensieri, di inquietudini, di grida partoriti nel sogno, mentre l’animo vola e si innabissa nelle gole profonde, umide, teporose, della terra di ognuno, del territorio (proprio) lasciato senza vigili, senza guardie, senza porte, senza chiavi, per dove corre incontenibile l’acqua dei rubinetti aperti, incontinenti, inondazione che alimenta i tetti e i pavimenti, le travi, solette, intercapedini, e cola, gocciola, invade, bagna ogni anfratto e lo riduce ad alveo, estuario, meandri per dove transita il dolore e la paura, e le gioie inconsulte, incontrolabili dagli dei, e le furie, musiche che risuonano, rieccheggiano, evocano senza sosta il giorno, la luce, i rumori ferruginosi, eclatanti, del mattino, e il torpore del pomeriggio affosso e libido, caldo, pesante e la multicolore, impressionistica luce del tramonto silenzioso di canti e di uccelli e d’improvise, improvabili ondate di inquietudine… […]… sveglia oh anima, oh mente, oh conscienza, oh morte, sveglia, apri queste finestre, scardina i gozni delle porte, e torna viva, della vivacità del giorno che parte nuovo o vecchio…

Poesia spontanea n. 2;  ore 5.12, 10′ circa

Erba che canta sul margine giallastro della notte, affonda le radici nella pericletiana distanza dell’obblio. Non lasciare che la fiamma si spenga, che il canto delle sirene cessi ed stravolga il fondo rugginoso dove gli angelini pervadono i tetti, che i testimoni dormano indecenti senza ascoltare il  nulla indifesso, il pieno cardiologico che esulta incurante della propria mania, del sogno roboante che atturde nella distanza della notte vicino ad un alba chiara che amortizza la pazienza e annienta il sorgere dell’anima, la delicata essenza delle cose, lo stormire rauca degli oggetti, il chiarore oscuro della notte inconvente, precisa come l’aurora, come il tramonto, come il ponte per il quale transitano le voci, le canzoni, i nitriti ruggiti delle bestie feroci e dei bambini, delle vergini, dei ragazzi in fiore, alimentati dalle immagini, dalle voci inquiete, dal colore cangiante, sgargiante, fuggente, come la nebbia sotto il vento del temporale, sotto il fragore della pioggia che batte senza sosta sui vetri dell’anima, del corpo madido, degli occhi lacrimosi, dalla felicità o dalla noia, dalla morte, dal vento furioso che lambisce ogni frontiera, ogni argine, ed invade impietoso, tenero, carezzevole, la guancia delle donne fiorite, degli  uomini pilosi, barbuti, immacolati, liberi di ogni ardore ma invasi di una passione consumante, consumata, ferita, rimarginata al calore delle viscere, del freddo della notte, del tepore delle coperte. Occhi che si svegliano posseduti da un limpido incanto come se il giorno, ed un altro, fossero infiniti ed ETERNI.

Poesia spontanea n. 3; ore 5.30, 10′ circa

Cade la pioggia, cadono i piatti, cadono le mandorle, il cielo si nasconde dietro l’ombra dei lillà, il nulla è niente, il tutto è pieno, l’acqua trascina le ossa del sacrificio, si spense il fuoco e i fumi non hanno raggiunto l’alto, la storia si riapre e si richiude come una ferita insana e niente crolla su se stesso e tutto crolla su se stesso, e la marginazione del nulla genera torrenti di fuoco, alveari di coscienza e di miseria, lingue biforcute che lambiscono i fiori dell’arancio, la zagara profumata delle pastiere napoletane e i rami di sposa. Cantano le cicale come stridule comparse dello spettacolo criptico (indegno)… Non si placano le voci, ne i  canti, ne i  rumori, ne i tamburi (lontani) vicini come il sudore alla pelle, come le lacrime, come la ansiosa fame che attenaglia le viscere molli, le cervella, le labbra bisognose d’amore e di saliva, di linfa che alimenti le veneree sostanze, i flussi della notte, le grida ansimanti tra le lenzuola, notte candente con la luna che bagna le pareti ed il vento che muove le foglie, i cavi della luce, i lampioni. Tutto si sta consumando, tutto cresce rigoglioso tra i muschi e nel cielo, illuminano le nubi altre nubi, e i cieli altri cieli, ed i soli altri soli, ed il temporale amaina, si assopisce, dorme come i gatti ….. ronroneando, fuseando, scalmanando con le unghie tappeti, pisciando qua e la contro le mura del manicomio, guizzando come lucertola tra le erbe della notte luminosa di upupe, di guffi, calembur di parole che si perdono nel tempo  e nel flusso incessante delle cose, delle carezze, dei morsi, dimmi, da quando la stagione fredda si riempie di licheni e di muschi, e i giardini di rose, e di baci le labbra, la lingua lecca le ferite del cuore senza sosta, la musica stordisce e calma l’ansia nascosta, impercettibile, inesistente, subdola, presenza senza segni, oscuro avvicinarsi, sempre lontana, nascosta tra le siepi, tra le derrate dei magazzini, nello sferragliare rombante delle macchine, luminosa di mettalli urgenti, rinvigoriti # insaziabile tempo che tutto consuma e tutto ricrea, lucida coscienza del nulla, imperituro raccoglitore del tutto, come residui di un banchetto, dimmi,..

Cosa vogliono dirci queste “poesie”? Cosa significano? C’è un tema principale? Anzi, c’è un tema? Ci sono temi secondari? Da dove attingono il loro linguaggio? Il loro linguaggio è coerente o è pura arbitrarietà? Hanno un senso compiuto? Anzi, hanno almeno un senso? Si leggono en passant, come una lettera, o richiedono varie immersioni, varie riletture? Sono un filo teso o un groviglio? Sono “facili” o “difficili”? Richiedono uno sforzo come i giochi enigmistici?

Sono io l’autore di queste “poesie”? O sono anch’io lettore?  Quali sono gli altri lettori?

Gli errori ortografici come “innabissa”, “improvise”, “attenaglia”, “piloso”… sono errori ortografici o sono qualcos’altro? Ci dicono qualcosa sulla lingua italiana? Vanno corretti?

L’uso di parole estranee all’italiano come “pericletiana” “atturde”, “gozni”, o con uso improprio come  “rami” è giustificabile? Ha una spiegazione?

Quale titolo potremmo dare a queste poesie? Hanno musica, ritmo? Nascondono, dietro il testo continuo, una struttura metrica, in versi?

Molte domande che richiedono una risposta… meglio farlo in un’altra “puntata”.

Paco Domene