Le figure del piacere. Maledetti architetti, 4

Maledetti architetti, 4: Architetti e architetture: la sintesi riuscita: il razionalismo olivettiano: percepire la bellezza; Ivrea-Patrimonio dell’Umanità Unesco

P. Domene, 26.09.20

Stiamo arrivando, poco a poco, al dunque: si è detto nell’articolo precedente che lo stile internazionale ha manifestato, durante il suo sviluppo, e manifesta tuttora, contraddizioni e difficoltà dovute alle distanze, spesso insuperabili, tra i principi della progettazione e i risultati molte volte deludenti dell’esecuzione. Dal canto suo il razionalismo italiano, in quanto variante dello stile internazionale, sembra mancare di contorni ben definiti, di una sua specificità: il suo ruolo inoltre è stato periferico e forse secondario.
Ma nello stesso articolo siamo arrivati ad una conclusione: l’architettura olivettiana, il razionalismo olivettiano è la chiave di volta che risolve i problemi e le limitazioni evidenziate sia dallo stile internazionale sia dal razionalismo italiano. Pur mantenendo i principi fondativi dello stile internazionale, il razionalismo olivettiano ne costituisce una variante specifica, ben definita nei contorni e con un ruolo significativo: per la prassi efficiente, per la qualità e per il rigore dei processi costruttivi, per le raggiunte sinergie tra gli elementi del processo, per il carattere sistematico ed organico dei suoi sviluppi.

Ma, visto dove siamo arrivati, sospendiamo un momento gli “sviluppi teorici” e, ricordando la perplessità di alcune persone sul valore e il senso delle architetture olivettiane (articoli 1 e 2), facciamo un po’ di pratica.

Riusciranno i nostri amici viaggiatori, turisti o passanti a sciogliere le loro perplessità sulla bellezza o bruttezza delle Case per famiglie numerose o la fabbrica ICO? Riusciranno a farsi un selfie davanti alle architetture olivettiane? “Guarda che belle! Facciamoci un selfie!”.
Non è tanto facile. La gente si fa selfie perché il luogo le dice qualcosa: è interessante (interessante?) o bello (bello?). Ma la bellezza, ahimè, è un linguaggio, anzi, ogni bellezza ha il suo linguaggio: come potremmo percepirla se non parliamo la sua lingua? E quale è il linguaggio degli edifici razionalisti? Come ci trasmettono la loro bellezza?

Per iniziare la pratica faremo un brevissimo riassunto (una sorta di lista della spesa) dei principi fondativi che espressero gli architetti-fondatori dello Stilj, della Bauhaus, Gropius, Van der Rohe, Le Corbusier… e anche Perret, un architetto precursore.

Come deve essere un edificio razionalista? Deve essere funzionale, offrire la maggiore utilità possibile, una “macchina per abitare“, dice Le Corbusier. “La struttura non deve mai essere mascherata. Un architrave, un pilastro non sono i luoghi appropriati per accogliere rappresentazioni simboliche, essi sono degli organi“, dice Perret. La struttura deve essere “dichiarata”, percepibile sotto le forme superficiali che la avvolgono (pareti di vetro o vetro-cemento, o in muratura semplice, intonacate di bianco, lisce, senza alcun elemento decorativo). La forma dell’edificio, quindi, non va definita prima; la forma deriva dalla funzione prevista, è il risultato del pensare la funzione. La forma, quindi, dipenderà dalla struttura, dallo scheletro. “Si deve rifiutare ogni forma che non sia retta dalla struttura“, dice Mies va der Rohe.

I materiali: i materiali devono essere semplici, funzionali, necessari, non decorativi e, quindi, ridotti al massimo: “il meno è più” dice Van der Rohe; devono mantenere un rigoroso equilibrio tra funzionalità e costo: un costo che non serva alla funzione è un costo inutile. I materiali sono l’unica “pelle” della struttura portante: cemento, acciaio, legno, vetro, intonaco, linoleum; la pietra o il marmo solo se giustificati. I colori devono essere sobri e neutri, di preferenza quello del materiale o il bianco, a volte il grigio, il beige chiaro, il nero, eccezionali note di rosso, di blu, di giallo puri.

La facciata: non c’è una facciata “principale” poiché ogni facciata è il risultato inevitabile della struttura funzionale dell’edificio. Le facciate, e le pareti in generale, non hanno elementi decorativi, rilievi o modanature; sono ad angolo retto con i tetti: “il ruolo delle facciate è quello di essere semplici schermi estesi tra i supporti verticali della struttura“, dice Gropius. I tetti esterni piatti, senza cornicioni, né timpani né alcuna altra aggiunta (niente grondaie visibili), anche i soffitti interni devono essere lisci, senza rosoni, cornici ed altre decorazioni. Finestre rettangolari, a filo parete, senza elementi decorativi.

Un edificio non deve rappresentare niente, né simbolizzare niente; non deve impressionare né stupire: deve essere percepito come qualcosa di vissuto immedesimandosi nel rapporto tra la sua funzione e la sua forma. Utile. L’architettura crea edifici che sono “pelle e ossa“, dice Mies van der Rohe. Corpi nudi senza make-up e senza vestiti, che hanno significato di per se stessi, che non inseguono mode né stili, “Gli stili sono una menzogna“, dice Le Corbusier; l’edificio deve essere proporzionato, cioè avere rapporti geometrici ben modulati e studiati, raggiungere l’equilibrio tra i volumi e tra i piani, tra pieni e vuoti, tra ombra e luce, tra la struttura e l’ambiente che la accoglie; la bellezza di un edificio deriva, quindi, rigorosamente dalla struttura, dal rapporto diretto tra forma e funzione. E’ bello ciò che funziona. E adesso?

Con questa sorta di lista della spesa, di vademecum in mano, converrebbe adesso, per iniziare la pratica, andare davanti alle Case per famiglie numerose (quelle che, scendendo da via Pinchia, ad alcuni sembrano ancora “brutte come caserme”) o alla fabbrica ICO di via Jervis (“cos’ha d’importante?” continuano a dire altri).

Ma c’è un però. Stiamo cercando di cogliere la bellezza di un edificio razionalista. Ma ci hanno detto che la bellezza di un edificio deriva, quindi, rigorosamente dalla struttura, dal rapporto diretto tra forma e funzione. E’ bello ciò che funziona. E adesso? Temo che dovremo fare un piccolo excursus. Dire qualcosa sulla bellezza. Sulla bellezza come linguaggio. Su come dialogare con la bellezza.

Non abbiamo capacità innate per percepire la bellezza. La bellezza si impara. E’ relativa. Dipende dell’ambiente nel quale viviamo. Essendo un linguaggio, è soggetta a regole, ha una sintassi, una grammatica. Ogni artefatto umano (un oggetto, un edificio, una musica, un corpo, un gesto) portano con sé il proprio linguaggio. Questione complessa e lunga. Forse da trattare in un altro momento. Ma nel contesto di un’analisi che riguarda il razionalismo architettonico, bisogna accennare almeno a tre concetti basilari: Significato, Ornamento e Simbolo. Sono i tre vettori che veicolano il concetto di bellezza. Sono tre forze fluide, che spesso si muovono indipendenti, ma a volte si oppongono, a volte si potenziano, a volte si sintetizzano. Un significato può simbolizzare, un simbolo può diventare ornamento e viceversa. Gestire la loro dinamica è il compito della propaganda, dell’educazione, della moda, degli stili, del potere… La finalità è creare sistemi di appartenenza, stili di vita, consumo… inserire l’individuale nel collettivo, socializzare…

Immedesimiamoci adesso in un rotolo di carta igienica. Tutti sappiamo a cosa serve la carta igienica, il suo significato ci è chiaro: “è una buona carta”, diciamo, se assolve alla sua funzione, una “bella” carta, diciamo addirittura. Ma pur non avendo nessuna funzione né significato, la vogliamo con animaletti stampati, o fiori, o frutti. “Scusi, perché la vuole con animaletti?”, chiediamo. “Perche è più bella” , ci rispondono, “quella bianca è così scialba…”. Ecco l’ornamento. “Mi chiede perché compro la carta igienica con animaletti… allora non sa dello sceicco che se la fa decorare in esclusiva da Versace, e poi la usa nel bagno con il w.c. e i rubinetti d’oro”. Ecco il simbolo.

Chi ne avrà voglia, potrà ripetere l’esercizio immedesimandosi in una bandiera nazionale, una borsa di Vuitton fatta da Vuitton e una contraffatta, la propria macchina, un uomo depilato, la sciarpa della squadra del cuore, il Guernica di Picasso, “Imagine” di John Lennon, o Bella Ciao… o qualsiasi artefatto umano gli le venga in mente. Dove è il significato, dove l’ornamento, dove il simbolo? Qual è la dinamica tra essi? Chi sono i protagonisti della dinamica?

Gli architetti fondatori dello stile internazionale compiono a livello teorico una rivoluzione: alterano come nessun altro movimento nella storia aveva fatto i principi del costruire e i canoni di bellezza della architettura. Per la prima volta nella storia dell’architettura, le persone comuni e la stessa Critica Architettonica non dispongono degli istrumenti di analisi, né del canone di riferimento prima utilizzati.

Per prima assegnano il significato dell’opera d’arte alla sola funzione. La forma dell’edificio, razionalmente stabilita, e quindi la relativa bellezza, vengono date dalla sola funzione. Il significato non può divenire simbolo né ornamento poiché razionalmente non c’è margine. “E’ bello ciò che è utile”.

Riducono poi a ornamento tutto ciò che non è funzionale allo scopo e ne vietano l’uso: mode e stili non sono razionalmente possibili. L’ornamento, non essendoci, non può diventare significato né simbolo. “Lo stile è una menzogna”.

Eliminano infine da ogni edificio qualunque elemento che possa avere valenza culturale, religiosa, economica, politica, sociale, cioè il simbolo. Il simbolo, non essendoci, non può diventare significato né ornamento. L’edificio è solo “una macchina per abitare”.

Lo Stile Internazionale fu un movimento architettonico appoggiato dalla socialdemocrazia e dall’idealismo egualitario, rivolto a ridurre le diseguaglianze sociali: costruire bene al minor costo, rendere l’abitare un diritto ed un piacere accessibili ai più, liberando l’edificio dal peso dell’inutile, un inutile spesso discriminante ed escludente, e dall’ideologia. Questo era l’obiettivo ideale che presto mostrò successi e fallimenti, deviazioni ed aggiustamenti, ma che ha contribuito, e ancora contribuisce, alla democratizzazione dell’abitare. E poiché abbiamo affermato che il razionalismo olivettiano costituì di fatto e costituisce oggi, come patrimonio culturale, uno degli esempi più evidenti del successo dello Stile internazionale, è il momento di verificarlo.

Eccoci qui: prima girando intorno alle Case a schiera per famiglie numerose, e poi osservando attentamente da tutti i lati la fabbrica ICO. Dopo aver loro applicato la lista della spesa, il nostro vademecum, quale sarà il risultato? Quale era lo scopo di questi edifici? Sono stati utili? Lo sono ancora? Riusciamo a capire perché sono come sono? Perché le finestre sono così, e i tetti, e le facciate? Hanno un senso, un significato, gli elementi che osserviamo? E i materiali? Quali elementi non hanno senso? Li avremmo modificati? Come? Ci sono ornamenti? Ne avremmo aggiunti noi qualcuno? Ci sono elementi simbolici? Cosa rappresentano questi edifici? Sono belli questi edifici secondo le regole stabilite dai loro creatori? Sono belli per noi?…

(Continuerà)

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