Le figure del piacere. Serve ancora la mummia di Lenin?

Serve ancora la mummia di Lenin?: Vladimir I. “Lenin” – L’imperialismo fase suprema del capitalismo; Pietroburgo, 1916-17; ed. La città del sole, Napoli 2001; in occasione del 150° anniversario della nascita di Lenin.

Eravamo giovani. Renata ed io stavamo facendo un viaggio in Unione Sovietica. Da Leningrado (San Pietroburgo si chiamava ancora così) saremmo arrivati fino ad Irkutsk ed al lago Baikal, in Siberia Orientale, sopra la Mongolia. Eravamo molto interessati alla Russia lontana, asiatica ed islamica, all’Uzbekistan, al Kazakistan, alla Siberia; sognavamo le fiabesche città di Bukhara, Samarkanda, Kiva, Alma-Ata…

A Mosca io volevo entrare nel Mausoleo di Lenin e vedere la sua venerata e incorrotta mummia. Ormai non speravo più nei Paradisi gratificanti dell’aldilà, né nelle Utopie consolatorie dell’aldiquà, ma lì veniva onorato il buonuomo che aveva avviato gli umani verso il cammino, lungo ma sicuro, che, mediante la Dittatura del Proletariato, li avrebbe portati al Paradiso Comunista. Volevo respirare, proprio lì, l’aria sacra che soffia nei luoghi santi dove si invocano gli artefici delle Grandi Speranze: la Pietra Nera di Maometto a La Mecca, l’Albero di Buddha in India, il Muro del Pianto ebraico o il Santo Sepolcro di Cristo a Gerusalemme, il Gange a Varanasi, Wall Street a New York …

Volevo entrare nel Mausoleo di Lenin ma le lunghe code di credenti e di turisti mi dissuasero. Aspettare avrebbe presupposto non andare alla Galleria Tretyakov dove avremmo visto la grande pittura ortodossa russa, la sacra Trinità di Rublev. Saremmo andati al Mausoleo più tardi. Impiegammo molto tempo ad arrivare a piedi al Museo e ci trattenemmo a lungo davanti ai dipinti. Quando tornammo alla Piazza Rossa il Mausoleo era chiuso.

Quest’anno ricorre il 150° anniversario della nascita di Lenin. Si è notato poco. A malapena un mazzo di fiori e un “gloria eterna a Lenin!” del Partito marxista-leninista italiano dell’Emilia-Romagna davanti al suo busto a Cavriago; discreti interventi web come quello del segretario del Partito Comunista; evento in sordina (covid?) a Mosca… La costellazione di piccoli/grandi partiti e movimenti di matrice marxista, luminosa fino a poco tempo fa, non si vede più ad occhio nudo.

Il centenario, nel 1970, fu, invece, multitudinariamente celebrato: il corteo di protesta degli ortodossi della Sinistra Universitaria di Napoli verso il Consolato USA fu fortemente caricato dalla Polizia, la grande celebrazione dei tranquilli eterodossi del PCI fu presieduta da Napolitano e Pajetta li rappresentò alla grande commemorazione di Mosca. Rifondazione Comunista e il PCL erano ancora molto di là da venire… Va bene così.

Io ammiro Lenin. E’ un grande scrittore, uno dei grandi saggisti del mondo contemporaneo. Un classico. I suoi testi più belli si leggono quasi come un romanzo. O come una poesia. Io lo leggo spesso, come leggo spesso la Bibbia, la poesia e la mitologia greco-latina, i poemi di Shakespeare e di Giovanni della Croce, i libri di viaggi e di memorie di ogni tempo, i saggi di Calasso e Camporesi. La ciclopica opera letteraria di Lenin non delude mai. Ispira. Certo, è una letteratura atipica, in parte involontaria, non creata per esserlo, poco canonica, fatta da saggi politici, articoli per giornali, lettere di ogni tipo, procedure, verbali di riunioni, ordini organizzativi, trattati divulgativi, tesi socio-politiche, panflet e proclami, programmi di partito, recensioni varie, interventi polemici…; una letteratura che documenta un processo politico e che si esprime col linguaggio dell’economia politica, una letteratura senza rivoli sentimentali, quindi, immune dall’introspezione esistenziale, tesa come un arco verso l’azione politica, come il manuale d’istruzioni di una lavatrice; spinta non dal pensare ma dalla necessità del fare. Che fare? Perché fare? Come fare? Quando fare? Dove fare? Per chi fare? Con chi fare?

Conviene leggere o rileggere Lenin, come conviene leggere o rileggere ogni scrittore. Leggerlo così, come scrittore. Senza appesantire né alleggerire il testo con ali o zavorre di ogni sorta. Senza pregiudizi. Provvisti solo della nostra curiosità e della nostra capacità critica. Oggi possiamo farlo. E farlo migliorerà la percezione della nostra posizione nel mondo e del nostro agire tra gli altri, insieme agli altri. Sono sempre stato contento di aver letto Lenin da giovane. Ho imparato molto. Le piccole biografie di Marx e di Engels con le loro idee sono un esempio brillante della sua capacità didattica. Le lettere “da Lontano”, “ai familiari” e “al Congresso” o le “Paginette di Diario” o “a Stalin” sono letture da godersi tranquilli. Cosa dire dei saluti “alle operaie” e “alla giornata internazionale delle operaie”, o “ai contadini poveri”? L’opera di Lenin è un bosco che spesso diventa radura, a volte folto sottobosco, a volte giardino, ma anche ingarbugliata giungla ricca di rumore e di insidie, di rovi e di ramaglia. Ma non ci si perde mai, c’è sempre modo di riorientarsi. E c’è sempre luce.

Ho riletto in questi giorni uno dei suoi testi più noti, luminosi e belli: L’imperialismo fase suprema del capitalismo. Ho le opere di Lenin in versione on-line però ho preferito rileggerlo in un esemplare della biblioteca di mia figlia, in carta, edito dalla Città del Sole nel 2001: la sua piccola introduzione e il corredo di note aiutano molto. Molto. “L’imperialismo fase suprema…” è un testo chiaro e conciso, riflettente come uno specchio: lo si guarda e ci si riconosce; il mondo che riflette è ancora, nonostante la distanza e le differenze con il suo, il nostro. Il suo linguaggio, nonostante le differenze con il nostro, ci appartiene ancora; le situazioni che descrive, nonostante le differenze con le nostre, ci riguardano e ci interrogano ancora. Un classico del passato ancora giovane e vivo, attuale, quindi. Profetico, detto con termini del sacro. Con rigoroso metodo analitico Lenin ci parla dell’ambigua prassi capitalista: della crescente concentrazione della produzione e l’aumento dei monopoli; della concentrazione della banca e il suo nuovo ruolo come gestora del capitale industriale; delle aumentate autonomia e potenza dell’oligarchia finanziaria; della progressiva spartizione del mondo tra i grandi monopoli e le grandi potenze; dello straordinario aumento dell’investimento all’estero dell’accumulo di capitale interno; della crescita della disuguaglianza…

Lenin appoggia la sua esposizione su accurate ed efficienti statistiche e dichiara, con significative citazioni, le sue fonti ed i suoi referenti teorici: il liberale inglese Hobson, critico con il capitalismo imperialista ma sostenitore della creazione al suo interno di un “Human welfare”; Kautsky, marxista della prima ora e poi “riformista opportunista” contrario alla rivoluzione e quindi acerrimo oppositore; Hilferding, ala destra della socialdemocrazia tedesca e grande teorico del capitalismo finanziario … Il testo include quindi la posizione dei suoi sostenitori e dei suoi antagonisti ed offre perciò una mappa sulla quale il lettore, con la sua capacità critica, può muoversi e posizionarsi senza paure di insidie e di trappole retoriche.

La sacra Trinità di Andrej Rublëv

Sono passati cent’anni dalla pubblicazione di “L’imperialismo…”. L’analisi marxista-leninista (sarebbe meglio dire marxiano-leniniana) di Lenin sugli sviluppi futuri del capitalismo mantiene la sua sorprendente vitalità e la sua ammirevole lungimiranza; la prassi rivoluzionaria, invece, ha mostrato la sua condizione di impossibile Utopia. Il tempo ha dato ragione a Hobson, a Kautsky, a Hilferding: c’è spazio solo per la prassi riformista. I partiti “di sinistra” eredi delle tre Internazionali si sono integrati fin troppo nel sistema capitalista sviluppando, negli ultimi anni a stento e senza grinta, la loro molle dialettica riformista. Si nota la mancanza di movimenti (un movimento per ogni problema) che, dal basso, rivendichino a corto termine i propri interessi e tonifichino la scarsa muscolatura dei partiti che a fatica li rappresentano. I sindacati (confederali) a malapena riescono a proporre un sostenibile patto sociale con la controparte mentre COBAS e partiti come il PCL persistono nel loro utopico discorso sulla crisi strutturale e sulle contraddizioni dell’economia capitalista e preparano l’imminente rivoluzione

Il capitalismo, vivo e bulimico, dal canto suo, dimostra sempre la sua capacità gattopardiana di cambiare qualcosa per non perdere molto, di saper superare i propri tracolli. Lo straordinario successo, seppur con drammatiche sequele, dei capitalismi post-sovietico e cinese fa ben sperare. L’idea del capitalismo come inevitabile creatore di ricchezza (e della relativa povertà) si è imposta. Ma il capitalismo sa farsi “autocritica”: si avvicina l’arrivo di un “capitalismo inclusivo”, così si chiamerà. Ha i suoi promotori nel FMI, nella BCE di Lagarde, nel forum di Davos, nelle leggi finanziarie dei paesi UE …: vorrebbe diventare meno aggressivo, pensare ed investire in un pianeta verde, ridurre in qualche modo (qualcosa bisognerà fare) la pericolosa enorme disuguaglianza tra umani, tagliare un po’ l’utile degli azionisti, vendere resilienza e sostenibilità, dare assistenza e mostrare solidarietà ai più poveri, stabilire una co-governanza col potere politico …

Se fosse reale non sarebbe, visti i tempi bui per i più dannati, un brutto progetto. Ormai i governi delle democrazie rappresentative non possono fare altro che giostrarsi tra i complessi interessi del capitalismo e quelli, ancor più complessi, delle sue istanze opposte. Il loro ruolo si giustificherebbe se raggiungessero il cosiddetto “bene comune”, uno stato di equilibrio instabile frutto del coordinamento del competitivo sistema di interessi contrapposti.

Serve ancora la mummia di Lenin? Forse no. O forse sì: ogni religione ed ogni utopia hanno la propria archeologia, le proprie amate rovine. Servono ancora le analisi del materialismo dialettico che Marx, Lenin e tanti altri, lontani e vicini, forniscono? Si, servono. La dialettica è la forma non binaria e dinamica (tesi, antitesi, sintesi…) che modifica e regola le condizioni materiali dell’esistenza. E, alla fin fine, la politica (come ben concludono le teorie materialiste) dovrebbe essere la forma più sofisticata ed umana della dialettica. La lotta permanente, che esprime lo stato più avanzato dello sviluppo umano, tesa all’equilibrio e alla sostenibilità tra gli opposti.

Paco Domene