Contributi per una riflessione a voce alta sul mondo che verrà dopo il coronavirus

Da un confronto stimolante interno alla redazione di varieventuali sulle conseguenze che l’emergenza della pandemia in atto potrebbe provocare è nata l’idea di aprire questi “contributi” ai lettori, nella speranza che questo “forum” possa stimolare, a sua volta, altri interventi e altri punti di vista (in cima trovate gli ultimi caricati; a scorrere quelli più vecchi)

21 aprile 2020

Caro ƒz,
in risposta al tuo intervento di sabato 21 marzo inizio dalla tua domanda retorica: «possiamo fare qualcosa di diverso dall’immaginare e lavorare per “un mondo che nasce“?».

Su Jacobin Italia, Niccolò Barca ha pubblicato un interessante articolo intitolato “Non c’è solidarietà senza conflitto” e nel quale i suoi ragionamenti lo portano a dire: «Un certo tipo di paralisi mentale si è rilassata, ma non sembra esserci una forza politica capace di intuire la potenzialità di questa crisi e di articolarne le contraddizioni». Lo stesso Barca sostiene, inoltre, che nell’epoca del TINA (There is no alternative): «non ci si accorgeva che nel frattempo il capitale era diventato un esperto nella gestione della crisi».
Come fare a costruire qualcosa se la crisi, nel secolo scorso fase strategica per eccellenza per sovvertimenti sociali di sistema, è oggi uno strumento utilizzato anche dai paladini del capitale? E, ancor peggio, estremamente più utile a loro che non alle classi subalterne (pensiamo a quanti danni ha prodotto, infatti, l’austerity figlia della crisi finanziaria di poco più di dieci anni fa)?
Le crepe che l’emergenza coronavirus sta aprendo sono tante e le risposte urgenti: la difesa della sanità pubblica, il ritorno alla centralità del pubblico sul privato, l’esigenza di adottare politiche ecologiche per scongiurare l’aumento delle temperature e contrastare il diffondersi di malattie, la necessità di riconvertire i nostri stili di vita per fare in modo che gli scarti della nostra vita quotidiana (i rifiuti e tutta la filiera produttiva incentrata sullo spreco) non generino vite di scarto (come Bauman definì i migranti del nuovo millennio). E molte altre questioni irrisolte che possono essere tutte riassunte dal motto: democratizzare l’Europa o soccombere al nazionalismo (come grida da tempo Varoufakis).
A tal proposito condivido pienamente il Green New Deal avanzato da Diem25, così come trovo estremamente pragmatiche le 15 proposte del Forum Disuguaglianze Diversità.
Ogni passo in avanti sull’immaginare proposte politiche concrete, tuttavia, ci rispedisce al problema iniziale: «non sembra esserci una forza politica capace di intuire la potenzialità di questa crisi e di articolarne le contraddizioni».
E come si costruisce questa forza?

L’uso delle parole, come è noto, è importante. La ragione per cui si parla di forza politica è perché la forza evoca l’esercizio di un potere. Lo stesso Marx scrisse il Manifesto servendosi di un lessico evocativo dell’esercizio del potere. Il potere politico del socialismo novecentesco sgorgava dalle masse dei lavoratori e da quelle classi sociali che non avevano niente da perdere se non le loro catene.
Quel che però dobbiamo constatare è che questo potere politico non c’è più e ogni sforzo recente tende, più che altro, a preservare l’esistente piuttosto che provare a rilanciare e aprire qualche scommessa sul futuro.

In tal senso ti rimando al saggio Per un populismo di sinistra di Chantal Mouffe, nel quale l’autrice, sulla scia del filosofo argentino Ernesto Laclau, spiega dettagliatamente le ragioni di questo immobilismo o di questa gestione dell’esistente e di come, da Tony Blair in avanti, le socialdemocrazie europee si siano arrese al pensiero unico thatcheriano in tutte le sue forme, accettando al massimo l’idea di “aggiustare” l’esistente in chiave ora un po’ più sociale, ora un po’ più liberale e liberista, ma rinunciando all’idea di qualunque trasformazione radicale dell’Europa. Con alcune diverse e varie eccezioni, ovviamente.
Tutto questo, spiega Mouffe, è stato parzialmente superato a destra da coloro che hanno saputo sfruttare abilmente, se pur in chiave propagandistica, le nuove tecnologie, i nuovi social network e i nuovi canali di manipolazione e di controllo dell’opinione pubblica, raggiungendo lo scopo che ogni formazione politica insegue dall’inizio dei tempi: ammaliare, conquistare, costruire un popolo.
Senza un popolo di riferimento (o nell’Ottocento si sarebbe detto una massa) ogni politica muore, arranca, si svilisce.
I lavoratori erano (e dovrebbero continuare ad essere) il popolo per eccellenza anche per le socialdemocrazie europee, ma le trasformazioni culturali e materiali (come il superamento dell’epoca industriale) hanno frammentato quel mondo una volta omogeneo, immediatamente riconoscibile, accomunato dagli stessi bisogni e dalle stesse sensibilità. Ancora oggi assistiamo ad una lenta e incontrollabile emorragia che sta continuando a svuotare di senso e di significato il popolo di sinistra. E senza popolo, a mio giudizio, a sinistra non può esserci potere, quel potere di cui parlavo all’inizio.

Ci sono sì minoranze organizzate (Rifondazione Comunista, una qualche parte di LeU, Potere al Popolo e via “gruppuscolando”), ma la “politica politicante” (passami il termine) si è rivelata una strada infruttuosa, un terreno impervio e costellato di trappole (spesso scattate più per egoismi leaderistici o di bandiera che per differenze sostanziali) che, con ogni probabilità, continuerà a restare impraticabile. Né sono servite a molto le unioni artificiali sotto elezioni sperando di far nascere qualcosa di nuovo, quando prima non si è stati in grado di radicarsi nel sociale.

In tal senso sono apprezzabili gli sforzi di costruzione di centri sociali, di pratiche mutualistiche, di nuove modalità di comunicazione e di rappresentanza, ma i risultati sono ancora poca cosa e ancora molto frammentari (e spesso pure viziati dall’antica necessità di esporre le rispettive “bandierine”).
Provando a guardare la nostra realtà locale (cercando di fare in piccolo, quello che vorremmo fosse fatto in grande, insomma), da dove cominciare per costruire qualcosa di nuovo?
Il piano politico amministrativo è, salvo improbabili sorprese nel dopo corona virus, da diversi anni deprimente, a Ivrea e nel territorio. Un territorio senza un riferimento e senza un’ipotesi condivisa di futuro.
Le uniche realtà interessanti restano le tante realtà di volontariato e le pratiche che hanno aggregato un popolo, eterogeneo indubbiamente, ma unito attorno ai valori di solidarietà, di cooperazione, di sostenibilità ambientale e di cittadinanza attiva. Immagino ti riferissi a queste realtà quando scrivevi: «intravediamo nelle pratiche di comunità “un mondo che fatica a nascere” estremamente sottorappresentato e troppo spesso così poco pensato, detto, “politico“»? E come rendere queste realtà più politiche?
Che sia questo il popolo da cui partire per aprire una nuova fase politica a Ivrea?
Per puro gioco ho contato il numero di soci appartenenti alle tante associazioni iscritte all’Albo delle Associazioni; molte realtà sono scomparse o si sono spente e alcuni iscritti sono, ovviamente, pluriassociati, ma senza arrivare a sommare tutto quanto arriviamo tranquillamente a novemila iscritti (complessivi di tutti gli Albi). Continuando a giocare, anche contando che due terzi siano solo sulla carta, restano comunque almeno tremila persone motivate alla cittadinanza attiva. Ribadisco: trattasi di un gioco, ma un gioco divertente per saggiare la dimensione di questo popolo eterogeneo.

Mi ha colpito una delle proposte del Forum Disuguaglianze Diversità, la tredicesima che parla della costruzione del Consiglio del Lavoro e della Cittadinanza come strumento per ribilanciare i poteri tra lavoratori, cittadini e imprese. La proposta del ForumDD è ovviamente meglio e più dettagliatamente articolata, ma prevede una fase di sperimentazione in quei territori dove siano mature le condizioni appropriate. Il ForumDD le elenca: rilevanza e interesse dei sindacati, esistenza di esperienze preparatorie, impegno innovativo di imprenditori e imprenditrici.
Ivrea è diventata città Unesco e la pochezza di idee che ruotano attorno a questo riconoscimento apre varchi sconfinati per chiunque sappia riempire di significato questo titolo. Il retaggio culturale olivettiano, la quinquennale esperienza dello ZAC! (che ha saputo aggregare le persone coltivando un terreno fertile su cui innestare progetti) e qualche realtà imprenditoriale bisognosa di trovare dei contenuti (penso alla cordata di imprenditori Icona e al vuoto che li circonda), credo possano diventare reagenti adatti per costruire qualcosa di nuovo.
Ivrea, attraverso un rinnovato Albo delle Associazioni (in grado di coinvolgere anche i sindacati e i lavoratori), potrebbe inaugurare un laboratorio sociale e politico adatto a ospitare il primo Consiglio del Lavoro e della Cittadinanza.

Un Consiglio che possa esprimersi pubblicamente sulle questioni inerenti il lavoro, l’ambiente, le condizioni sociali e che possa dotarsi di diversi poteri, così come elencati nel ForumDD: potere di informazione, di consultazione e di contro-proposte o di co-decisione; con un occhio rivolto alla città e al suo futuro e l’altro attento a ciò che succede all’interno del Comune e del Consiglio Comunale d’Ivrea.
Certo, il pericolo che possa diventare uno strumento più istituzionale che politico esiste, ma contribuirebbe alla dialettica politica locale mettendo in campo competenze, esigenze, ambizioni e progetti specifici di ciascuna area tematica di cui le associazioni fanno parte: ambiente, lavoro, cultura, sanità, sport, società, scuola e via discorrendo, spingendo con forza su questi temi affinché in città si possa discutere di contenuti e visioni di futuro per Ivrea e il territorio.

Che altro, in alternativa? Mi sforzo di pensare nuove e vecchie strade per costruire, almeno sul piano locale, “un mondo che nasce“, ma senza grossi risultati.
Chissà che in città non esistano persone sensibili alla necessità di una nuova organizzazione politica (non localista chiaramente, ma quale?), ma è alto il rischio di costruire un soggetto incapace di andare oltre modesti risultati (sia in termini partecipativi, elettorali o di proposte).
D’altro canto questa pandemia si sta rivelando generatrice di talmente tante novità che non si può escludere che possa effettivamente diventare occasione per la costruzione di un nuovo partito ecosocialista (come scrive Mercalli nell’ultimo numero di MicroMega).

Andrea Bertolino

23 marzo 2020

La preoccupazione espressa da Andrea è certamente fondata e, già il 26 febbraio scorso (solo tre settimane fa), il filosofo Giorgio Agamben la esprimeva in un (poi molto contestato per la premessa sottovalutazione dell’emergenza) intervento sul Manifesto.

In poche settimane c’è stata una mutazione culturale e di senso comune. Credo che niente sarà più uguale dopo questa esperienza.

Questo forse non è un male, ma molto dipenderà da cosa resterà prevalente: la paura (con l’esplosione dell’egoismo) o il senso di comunità (e di necessità della sanità e altri servizi pubblici) che reagisce razionalmente e civilmente alla paura. Per ora mi pare prevalere quest’ultimo, ma siamo solo agli inizi.

Così pure le evidenti difficoltà economiche che seguiranno a questa emergenza (sperando che prima o poi finisca), potranno andare verso una politica che, come il virus, rimette al centro le persone (la loro vita, la loro salute, il loro benessere) oppure ritornerà al centro l’economia finanziaria con i suoi idoli (le borse, lo spread, il pil e via idolatrando).

Prima del coronavirus era scontata questa seconda opzione, con l’unica scelta tra la versione nazionalista (e più o meno fascista) e quella “globalista” con qualche diritto civile (e pochi sociali) della UE. Ora, con il cambiamento rapido e radicale determinato da questa pandemia, la partita si è riaperta e, con la improvvisa centralità della salute delle persone, si può pensare a un’altra concezione della convivenza, sociale e col pianeta. Ma sarebbe sciocco non vedere che si aprono anche gli abissi del “si salvi chi può“.

Insomma, credo che si potrebbe aprire una “partita” entusiasmante e drammatica insieme. “Drammaticamente entusiasmante” potrebbe essere la definizione della prossima fase sociale e politica.

Purtroppo però, seppure i giocatori “della finanza” sono acciaccati e malconci, dalla parte “delle persone” non c’è una squadra e non si intravedono neppure dei giocatori, non dico in grado, ma almeno interessati a “giocare la partita”.

Per il momento, nonostante i diritti fondamentali siano veramente a zero (neppure in tempo di guerra ci sono mai state tante e tali limitazioni alla libertà), nonostante le sparate (per segnalare la loro esistenza e il loro ruolo) dei presidenti leghisti Zaia e Fontana che propongono il controllo dei movimenti tramite i cellulari e una militarizzazione più estesa e stretta, mi pare che la “partita” sia ancora aperta, e a livello mondiale.

Certo che, se il modello “vincente” dovesse diventare quello cinese (con tutte le disuguaglianze sociali dei sistemi liberisti e le limitazioni alle libertà e ai diritti civili tipiche dei regimi dirigisti);
se la UE dovesse confermare la sua incapacità di governo anche su un tema centrale qual è la salute (costituendo come ora, nella migliore delle ipotesi, solo un sostegno economico per i suoi appartenenti) e rinunciasse così definitivamente a essere un modello di riferimento mondiale diverso da quello cinese (tutti controllati dallo stato) e da quello americano (tutti controllati dalle multinazionali); se negli Usa dovessero reagire come è nella loro tradizione, cioè in maniera ultraindividualista (in un servizio TV vedevo gli americani all’assalto dei supermercati e dei negozi di armi); allora di speranze che la “partita” si possa giocare ne restano poche.

Ma, proprio usando la tua stessa citazione di Gramsci, chiedo: possiamo fare qualcosa di diverso dall’immaginare e lavorare per “un mondo che nasce”?

Perciò, pur restando sempre attenti a individuare indicare “i mostri” generati da questa situazione (e, già prima, dalla crisi di sistema del capitalismo), credo che sia necessario impegnarsi di più e meglio sul “mondo” che fatica a nascere. Quello che intravediamo talvolta nelle pratiche delle comunità (o di parti di queste) e che è tremendamente sottorappresentato e troppo spesso così poco pensato, detto, “politico”.

fz

20 marzo 2020

Si diventa un po’ fascisti” è uno degli ultimi editoriali di Luca Sofri sul Post. «Non è niente di nuovo» argomenta il direttore del giornale online «la considerazione storica e sociologica per cui la paura è il principale incentivo alla richiesta di maniere forti, di regimi autoritari, di limitazioni delle libertà individuali in favore di regolamentazioni e interventi più severi da parte di autorità di vario genere». Una paura, quella della diffusione del coronavirus, reale e motivata (a differenza di quella costruita artificialmente dalle destre contro gli immigrati, i clandestini, i diversi), ma che «sta generando già quote di naturale, reale, motivato fascismo in tutti», a cominciare dall’intolleranza estrema e dalle richieste di repressione verso chi esce di casa. “Troppi in giro, li puniremo” titolava il 18 marzo il Corriere della Sera.

Condivido il punto di vista del direttore e le sue preoccupazioni che, per altro, ritrovo anche altrove, come sul Manifesto nell’articolo “Che il virus non contagi la democrazia” (crescono, infatti, le richieste di controllo geolocalizzato delle persone tramite i nostri cellulari).

Da un lato assistiamo ad un bisogno di solidarietà che fatica a concretizzarsi (per le limitazioni di spostamento necessarie), ma dall’altro lato appaiono segnali indirizzati verso un “maggior controllo” che potrebbero crescere se l’emergenza dovesse protrarsi per molto, molto tempo a venire (come sembra sempre più chiaro ogni giorno che passa).

Va da sè che l’emergenza mondiale richiede l’esercizio di misure drastiche mai adottate nella storia recente, ma come insegnava Gramsci è nei chiaroscuri di un mondo che muore e uno che nasce che si generano i mostri.

Andrea Bertolino