Strambinaria e il favoloso mondo della divulgazione scientifica

Intervista a Beatrice Mautino, divulgatrice scientifica e saggista, in arte @divagatrice

Il 2 e 3 settembre si è svolta la settima edizione di Strambinaria un evento che vede riuniti i divulgatori scientifici a discutere tra loro di scienza, comunicazione, etica e tanto altro. L’evento si apre poi al pubblico grazie a dei laboratori sperimentali per ragazzi e a diversi incontri con temi veramente vari, dalla storia della scienza, a spazi aperti alle domande del pubblico, passando anche da un intrattenimento scientifico e da una gara di bocce.

Beatrice Mautino a Strambinaria 2023

Abbiamo intervistato Beatrice Mautino, divulgatrice scientifica e saggista, fra i promotori di Strambinaria.

Iniziamo dalle domande facili. Chi sei e di cosa ti occupi?
Di formazione sono una biotecnologa, ho fatto per un po’ di anni ricerca all’università di Torino nell’ambito delle neuroscienze e poi verso la fine del dottorato mi sono iscritta ad un master di comunicazione della scienza perché mi ero appassionata al racconto di quello che facevo in laboratorio. Terminato il dottorato ho deciso di chiudere la carriera universitaria e di lanciarmi nel mondo della divulgazione nel quale lavoro da una quindicina di anni a tempo pieno. Lo faccio individualmente sui social, scrivo libri, faccio podcast, e in gruppo i miei soci di Frame, un ente che abbiamo creato e che si occupa di progettare eventi di divulgazione scientifica, di produrre contenuti, scrivere, fare podcast. Lavoriamo sia per le istituzioni sia per le aziende facendo attività di divulgazione scientifica coinvolgendo il pubblico.

Cos’è e come è nata Strambinaria?
Sette anni fa abbiamo avuto l’idea di provare a fare un raduno di divulgatori perché tra di noi ci parlavamo tantissimo online, sui social, c’era tanto confronto, però mancavano un po’ le occasioni di incontro fisico, salvo qualche convegno, e quindi abbiamo avuto l’idea di provare a creare un evento più informale per incontrarci.

Ne abbiamo parlato con la sindaca di Strambino Sonia Cambursano, che è un’amica comune e frequentava già i festival scientifici, e lei ha subito accettato: “Proviamo! Strambino ha questo nome un po’ particolare e sarebbe bello riuscire a concretizzare l’idea”. Lei era appena stata eletta e pensavamo che sarebbe stato bello, una sfida, portare in un piccolo paese, che non ha le infrastrutture delle grandi città, un evento che non c’era, una cosa unica, di qualità. Il nostro intento era quello di creare un evento che permettesse alla comunità dei divulgatori, giornalisti inclusi, di crescere nello scambio di esperienze. Quindi abbiamo detto proviamo a metterli tutti insieme e vediamo cosa viene fuori, creiamo un contesto il più informale possibile, perché ci piaceva proprio togliere tutte le barriere immaginabili.
Il primo anno eravamo pochi, circa 60, che comunque per Strambino era già tanto, abbiamo occupato il salone consigliare. Da subito quel che è venuto fuori sembrava più una sagra che un convegno, con un approccio da grosso coffee break, nel senso che nel programma c’erano molti momenti di incontro anche con persone di mondi diversi. Ad esempio, nella edizione appena terminata avevamo ospite il direttore artistico dell’unione musicale di Torino (Antonio Valentino), lui è un pianista classico non c’entra niente con la scienza, però fa divulgazione della musica classica e riuscire a raccontar la musica classica ai giovani non è tanto più facile che provare a raccontare la scienza.
In Strambinaria si creano dei gruppi di discussione, tipo BarCamp, i cui contenuti sono proposti dai partecipanti stessi e spaziano da argomenti pratici ad altri più alti tipo come riuscire a comunicare il cambiamento climatico. Durante i tre giorni i gruppi “occupano” il paese: andiamo nel prato del castello, alle giostrine, … ogni gruppo è in un posto diverso e si discute con l’idea di uscire non con gli “atti del convegno” ma con delle cose concrete, utili che ognuno poi si porta a casa.
Strambinaria negli anni è cresciuta, dai 60 partecipanti del primo anno siamo passati ai circa 150 di quest’anno e abbiamo dovuto lasciare a casa più di una trentina di persone perché non ci stavamo, Strambino ha un limite. Avere così tante richieste anche dopo tutti questi anni è positivo, quest’anno avevamo più della metà di richieste da persone che non erano mai venute, questo significa che la manifestazione non solo è cresciuta, ma c’è anche bisogno di parlarsi, di confrontarsi, di capire. I giovani magari capire dai più vecchi quali sono gli errori da non ripetere e i vecchi hanno bisogno dei giovani perché i tempi cambiano e magari si tende a sedersi. Quindi alla fine è una formula che funziona e si vede, son tutti qua che si salutano, continuano a discutere, formano gruppetti spontanei di discussione anche nelle pause.

Canali di divulgazione: la maggior parte dei divulgatori sta sui social oppure c’è una maggioranza fuori da quel mondo?
I social più o meno ce li hanno a tutti, però non tutti li usano per lavorare. Abbiamo cercato fin dal primo anno di costruire un gruppo che fosse il più possibile rappresentativo di tutti i vari mondi per cui ci sono molte persone che lavorano sui social, principalmente Instagram e YouTube e da quest’anno anche Tik Tok, che sta iniziando a imporsi come canale di divulgazione, però abbiamo anche giornalisti vecchio stampo, e c’è una fetta molto grande di persone che si occupano di fare laboratori di didattica per ragazzi o che collaborano con le scuole o che lavorano nei musei e che usano i social per promuoversi, ma non per comunicare la scienza.

In un’epoca dove le informazioni sono praticamente alla portata di tutti a maggior ragione è sempre più importante la divulgazione scientifica
Ne abbiamo parlato in questa edizione di Strambinaria. Alla fine il nostro è anche un ruolo politico nel senso di democratico, perché molte delle decisioni che dobbiamo prendere come cittadini, penso all’energia, alla transizione ecologica, o alle questioni legate alla salute, hanno tutte una componente scientifica rilevante, e lo abbiamo visto molto bene durante la pandemia. Il fatto che ci sia una quantità di rumore di fondo altissima fa sì che le persone spesso leggano una notizia e poi una notizia opposta magari data sempre da una persona col camice, per cui il nostro ruolo è poi quello che dovrebbe essere in generale del giornalismo, ovvero capire come stan le cose e raccontarle per dare alle persone degli strumenti per prendere delle decisioni più possibili consapevoli. Per cui è un ruolo importante ed è difficile emergere dal rumore, ma quello vale non solo per noi, vale per tutto il giornalismo.

Il rischio poi alla fine è di stare sempre a rincorrere le fake news ovvero che tanto del vostro lavoro venga portato via dal rimuovere quello che come dici tu è rumore di fondo, ma che è molto impattante.
Durante la pandemia o adesso con le auto elettriche o comunque per tutte quelle questioni molto dibattute, come per esempio la carne sintetica o gli insetti da mangiare, accade che questi temi diventino subito questioni di scontro politico e quando il rumore di fondo aumenta è difficile riuscire ad arginarlo. Quello che ci siamo detti un po’ in questi giorni a Strambinaria è che bisognerebbe lavorare di più sul prima, ovvero sul fornire strumenti e anche provare ad anticipare certe questioni che sono già nell’aria. Non è semplice perché finché una cosa non è di tendenza se ne interessano solo quelli che sono già coinvolti o che per qualche motivo ci seguono, ci conoscono o che hanno avuto la fortuna di avere a scuola il divulgatore che raccontato delle cose, ma poi ci sono molti che invece sono fuori da questo sistema e magari si informano solo dalla televisione e non hanno accesso a questo tipo di informazione ed è lì che principalmente si crea il problema e questo non vale solo per la scienza, ma in generale.

Una volta si diceva “lo ha detto la televisione” ora c’è anche “l’ho letto su internet, l’ho visto sui social”… Social dove la divulgazione è molto veloce, le stories di Instagram, i video di Tik Tok, tutto molto rapido… è il nuovo modo di comunicare? il rischio non è che che venga a mancare l’approfondimento?
È un tema sentito tra i divulgatori, ne abbiamo parlato nei tre giorni qui a Strambino, perché nessuno si trova bene in questo sistema dove hai gli algoritmi che spingono e fanno vedere una cosa invece di un’altra, e soprattutto messaggi molto veloci, mentre video e storie lunghi vengono un po’ penalizzati. La velocità, in realtà, non è neanche un problema di per sé. Il problema nasce quando non ci metti davvero niente dentro e alla fine hai dei risultati magari anche molto belli da vedere con le grafiche carine, ma che poi non ti dicono niente di sostanzioso, ma ti danno l’illusione di avere capito tanto da farti dire per esempio: “finalmente ho capito la meccanica quantistica” Ecco no.
Per noi questa modalità è un problema perché abbassa di fatto la qualità generale. Sta succedendo un po’ quello che è successo nel giornalismo con la rincorsa alla notizia veloce, del titolo acchiappa click, del video del cagnolino che balla. Ora anche il nostro mondo, che è sempre stato una nicchia fortunata risparmiata da certi diktat della comunicazione social, adesso che i volumi sono aumentati viene travolto da queste regole. Bisogna prendere atto di questa trasformazione, vero è che forse non è troppo tardi per cercare di proporre anche un modo diverso, che non vuol dire snobbare questi metodi perché sarebbe suicida, ma vuol dire usarli in maniera intelligente, abituare il proprio pubblico a uscire dal social e andare ad ascoltare un podcast, andare a vedere magari un video lungo su YouTube, leggere un articolo o un libro di approfondimento e quindi è di fatto un lavoro di educazione del pubblico, un lavoro che è tutto da fare e che però è necessario per non perdere completamente la partita.

Abbiamo a disposizione talmente tante informazioni, però se non si hanno delle delle conoscenze di base ogni informazione pare avere lo stesso peso e quindi come come si fa a far capire che Red Ronnie non ha lo stesso peso di Beatrice Mautino?
Credo che ne abbia di più lui, sicuramente…
Come si fa? che domanda difficile! se avessi la risposta forse avrei già risolto il problema. Red Ronnie funziona perché viene ripreso dai giornali che così vendono copie, dai siti per avere più click, eccetera eccetera.
Durante i giorni di Strambinaria ci siamo detti che dobbiamo lavorare molto noi sull’etica, sulla deontologia del nostro lavoro che si traduce poi nel lavorare in un certo modo, nel cercare di essere il più corretti possibile, riportando dati e fonti, quindi riportare non il tuo punto di vista, ma lo scenario, però poi bisogna lavorare anche sul pubblico, bisogna fare un lavoro non di educazione alla singola materia, ma proprio di educazione all’informazione e anche allo spirito critico. Vuol dire assumere anche un ruolo un po’ sociale, non parlo solo di noi divulgatori, ma di chi fa informazione in generale; quindi educare il pubblico a crearsi la propria dieta informativa con delle fonti affidabili. Poi puoi anche vedere ByoBlu, però sapendo che è quella cosa lì, l’importante è sapere quello che stai guardando e avere una rete di sicurezza che ti permette di esplorare anche dei territori … un po’ esposti diciamo.

Un influencer sta sui social mediamente per guadagnarci, per cosa ci sta un divulgatore?
Sono lavori diversi per quanto poi ci possono essere delle sovrapposizioni, l’influencer promuove essenzialmente delle cose mettendoci dentro del suo, però di fatto il suo modello di business è lavorare con l’azienda per promuovere prodotti, viaggi, ecc. Il divulgatore sta sui social anche per promuoversi, chiaramente la visibilità per quanto non paghi di per sé ti dà un tornaconto, io vendo i miei libri anche perché sono sui social, magari la scuola che vede il divulgatore sui social poi lo invita, quindi sicuramente c’è una componente di tornaconto personale, c’è poi però anche un altro obiettivo, noi usiamo i social per fare informazione.
Noi che ci occupiamo di scienza non veniamo quasi mai considerati dai giornali, dai media classici, televisioni, per cui abbiamo iniziato a usare i social perché non avevamo un posto dove scrivere dove raccontare le nostre cose. E anche se adesso magari alcuni sono diventati famosi e scrivono su testate nazionali, il proprio spazio sui social lo mantengono. Perché lì sei tu che decidi quello che vuoi dire, nel modo in cui vuoi dirlo, non hai il titolista che ti mette un titolo che non c’entra niente. Lo spazio social è stato un po’ il successo della divulgazione, uno spazio importante che ci permette di fatto di fare il nostro lavoro.

Terminiamo con la domanda più importante secondo me di questa intervista ovvero: quando scriverai un libro sulla scienza di “Un posto al sole” (UPAS)?
Ma sai che mi piacerebbe! Io ogni tanto ci collaboro, conosco alcune sceneggiatrici della serie che talvolta mi chiedono i consigli, non vengo pagata, non c’è nessun tipo di rapporto formale, però mi capita di parlare con loro e a volte mi chiedono “c’è Raffaele che deve sgorgare il lavandino, quindi cosa faccio, cosa gli faccio utilizzare?” Domande così, però a volte anche questioni più toste. La cosa che mi piace di UPAS è che loro affrontano sempre temi sociali, per esempio, stan parlando molto di cambiamento climatico, di inquinamento, ma anche altri temi. Adesso c’è un personaggio ancora giovane che ha l’Alzheimer, questo dà l’opportunità di parlare di questa malattia, dei farmaci, delle terapie. Quando tu riesci a portare la scienza fuori dai laboratori, dai convegni, dai festival scientifici, dal libro scientifico, e la porti in un contesto completamente diverso arrivi ad un pubblico che non avresti mai raggiunto, e questo accade anche sui social. Ed è questo il bello di uscire dai soliti canali di divulgazione, ovvero il bello di occuparsi di scienza della vita quotidiana parlando del detersivo, della cremina, di cibo, di plastica, come è accaduto proprio a Strambinaria quando nel pubblico una signora ha fatto una domanda sulla plastica compostabile, come bisogna separare le cose, quindi con una domanda pratica e lei oggi oltre a sapere che esiste una risposta su come organizzare il riciclaggio, sa anche che esiste qualcuno che studia queste cose.
Quindi il nostro è veramente un lavoro di educazione reale e per me viene fuori proprio un lavoro bello.

Miriam Perini

Beatrice Mautino sui social

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Facebook: La cerette di Occam – https://www.facebook.com/lacerettadiOccam
Podcast: Ci vuole una scienza – https://www.ilpost.it/episodes/podcasts/ci-vuole-una-scienza/