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La preoccupazione che il virus infetti la democrazia  


Andrea Bertolino
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Da un confronto stimolante interno alla redazione di varieventuali sulle conseguenze che l'emergenza della pandemia in atto potrebbe provocare è nata l'idea di aprire questi "contributi" ai lettori, nella speranza che questo "forum" possa stimolare, a sua volta, altri interventi e altri punti di vista

Si diventa un po' fascisti" è uno degli ultimi editoriali di Luca Sofri sul Post. «Non è niente di nuovo» argomenta il direttore del giornale online «la considerazione storica e sociologica per cui la paura è il principale incentivo alla richiesta di maniere forti, di regimi autoritari, di limitazioni delle libertà individuali in favore di regolamentazioni e interventi più severi da parte di autorità di vario genere». Una paura, quella della diffusione del coronavirus, reale e motivata (a differenza di quella costruita artificialmente dalle destre contro gli immigrati, i clandestini, i diversi), ma che «sta generando già quote di naturale, reale, motivato fascismo in tutti», a cominciare dall'intolleranza estrema e dalle richieste di repressione verso chi esce di casa. "Troppi in giro, li puniremo" titolava il 18 marzo il Corriere della Sera.

Condivido il punto di vista del direttore e le sue preoccupazioni che, per altro, ritrovo anche altrove, come sul Manifesto nell'articolo "Che il virus non contagi la democrazia" (crescono, infatti, le richieste di controllo geolocalizzato delle persone tramite i nostri cellulari).

Da un lato assistiamo ad un bisogno di solidarietà che fatica a concretizzarsi (per le limitazioni di spostamento necessarie), ma dall'altro lato appaiono segnali indirizzati verso un "maggior controllo" che potrebbero crescere se l'emergenza dovesse protrarsi per molto, molto tempo a venire (come sembra sempre più chiaro ogni giorno che passa).

Va da sè che l'emergenza mondiale richiede l'esercizio di misure drastiche mai adottate nella storia recente, ma come insegnava Gramsci è nei chiaroscuri di un mondo che muore e uno che nasce che si generano i mostri.

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fz
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La preoccupazione espressa da Andrea è certamente fondata e, già il 26 febbraio scorso (solo tre settimane fa), il filosofo Giorgio Agamben la esprimeva in un (poi molto contestato per la premessa sottovalutazione dell'emergenza) intervento sul manifesto  https://ilmanifesto.it/lo-stato-deccezione-provocato-da-unemergenza-immotivata/

In poche settimane c'è stata una mutazione culturale e di senso comune. Credo che niente sarà più uguale dopo questa esperienza.

Questo forse non è un male, ma molto dipenderà da cosa resterà prevalente: la paura (con l'esplosione dell'egoismo) o il senso di comunità (e di necessità della sanità e altri servizi pubblici) che reagisce razionalmente e civilmente alla paura. Per ora mi pare prevalere quest’ultimo, ma siamo solo agli inizi.

Così pure le evidenti difficoltà economiche che seguiranno a questa emergenza (sperando che prima o poi finisca), potranno andare verso una politica che, come il virus, rimette al centro le persone (la loro vita, la loro salute, il loro benessere) oppure ritornerà al centro l'economia finanziaria con i suoi idoli (le borse, lo spread, il pil e via idolatrando).

Prima del coronavirus era scontata questa seconda opzione, con l'unica scelta tra la versione nazionalista (e più o meno fascista) e quella "globalista" con qualche diritto civile (e pochi sociali) della UE. Ora, con il cambiamento rapido e radicale determinato da questa pandemia, la partita si è riaperta e, con la improvvisa centralità della salute delle persone, si può pensare a un'altra concezione della convivenza, sociale e col pianeta. Ma sarebbe sciocco non vedere che si aprono anche gli abissi del "si salvi chi può".

Insomma, credo che si potrebbe aprire una "partita" entusiasmante e drammatica insieme. "Drammaticamente entusiasmante" potrebbe essere la definizione della prossima fase sociale e politica.

Purtroppo però, seppure i giocatori "della finanza" sono acciaccati e malconci, dalla parte "delle persone" non c’è una squadra e non si intravedono neppure dei giocatori, non dico in grado, ma almeno interessati a "giocare la partita".

Per il momento, nonostante i diritti fondamentali siano veramente a zero (neppure in tempo di guerra ci sono mai state tante e tali limitazioni alla libertà), nonostante le sparate (per segnalare la loro esistenza e il loro ruolo) dei presidenti leghisti Zaia e Fontana che propongono il controllo dei movimenti tramite i cellulari e una militarizzazione più estesa e stretta, mi pare che la "partita" sia ancora aperta, e a livello mondiale.

Certo che, se il modello "vincente" dovesse diventare quello cinese (con tutte le disuguaglianze sociali dei sistemi liberisti e le limitazioni alle libertà e ai diritti civili tipiche dei regimi dirigisti);
se la UE dovesse confermare la sua incapacità di governo anche su un tema centrale qual è la salute (costituendo come ora, nella migliore delle ipotesi, solo un sostegno economico per i suoi appartenenti) e rinunciasse così definitivamente a essere un modello di riferimento mondiale diverso da quello cinese (tutti controllati dallo stato) e da quello americano (tutti controllati dalle multinazionali); se negli Usa dovessero reagire come è nella loro tradizione, cioè in maniera ultraindividualista (in un servizio TV vedevo gli americani all'assalto dei supermercati e dei negozi di armi); allora di speranze che la "partita" si possa giocare ne restano poche.

Ma, proprio usando la tua stessa citazione di Gramsci, chiedo: possiamo fare qualcosa di diverso dall'immaginare e lavorare per "un mondo che nasce"?

Perciò, pur restando sempre attenti a individuare indicare "i mostri" generati da questa situazione (e, già prima, dalla crisi di sistema del capitalismo), credo che sia necessario impegnarsi di più e meglio sul "mondo" che fatica a nascere. Quello che intravediamo talvolta nelle pratiche delle comunità (o di parti di queste) e che è tremendamente sottorappresentato e troppo spesso così poco pensato, detto, "politico".

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