I poveri della Caritas, i poveri d’Ivrea

Un approfondimento sul disagio sociale in cui versano centinaia di famiglie eporediesi

 

Il 22 ottobre è stata inaugurata la mensa della Caritas eporediese. Situata in via Varmondo Arborio 7 dovrebbe entrare in servizio già a fine anno.
Nello scorso numero di VariEventuali ci si era già occupati di riportare la notizia, ma nel farlo abbiamo commesso qualche errore che giustamente ci è stato fatto presente e che qui vorremmo correggere.

Avevamo scritto che al di sotto di un determinato reddito ISEE la Caritas fornisce «annualmente» 1 o 2 borse alimenti. Sbagliato: trattasi, infatti, di 1 o 2 borse alimenti «mensili». Inoltre avevamo citato la possibilità di realizzare un «servizio nel servizio», ovvero l’impiego di volontari carcerati per la distribuzione dei pasti, ma nel riportare quest’informazione si era precisato che «dal Comune di Ivrea non sarebbe ancora giunta una risposta».

Besucher essen am Mittwoch (03.01.2007) in einer Berliner Suppenküche. Kanzleramtschef Thomas de Maiziere besuchte die Einrichtung und wollte damit freiwilligem Engagement mehr Aufmerksamkeit verschaffen. Täglich erhalten rund 300 bedürftige Besucher der Franziskaner-Einrichtung in Berlin-Pankow Essen. Foto: Gero Breloer dpa/lbn +++(c) dpa - Bildfunk+++Sbagliato di nuovo: la responsabilità di questo ipotetico servizio non sarebbe del Comune, bensì dell’Amministrazione penitenziaria. Infine avevamo scritto che «chiunque» avesse voluto accedere alla mensa avrebbe avuto in dotazione un badge. Sbagliato di nuovo, di nuovo: il tesserino servirà esclusivamente per coloro realmente in difficoltà e bisognosi di ricevere un aiuto.
Insomma, gli errori c’erano e non è il caso di girarci troppo attorno. Di tanto in tanto sbagliamo ed è più che giusto (oltre che gratificante) ricevere delle lettere di risposta in grado di illuminarci.

«Sono approssimativamente 1.350 le persone in
difficoltà ad Ivrea, di cui circa 400 minori .
»

Come si suol dire, però, “non tutto il male vien per nuocere”. Questa mea culpa pubblica ci permette di fare un piccolo approfondimento sulla povertà eporediese.
Nell’arco di poco meno di un mese il numero di famiglie iscritte alla Caritas d’Ivrea (e quindi in difficoltà) è passato da 475 a 505 (dato aggiornato agli ultimi di ottobre). Di queste famiglie si contano approssimativamente 1.350 persone, di cui circa 400 minori. Sono famiglie che hanno difficoltà diverse: non riescono a pagare una bolletta, non possono acquistare tutti i libri di scuola perché troppo onerosi, hanno perso il lavoro; ci sono anche coloro che sopravvivevano grazie alla pensione di un genitore anziano, ma la cui morte li ha privati dell’unico “reddito” disponibile. È superfluo sottolineare come la principale causa di povertà sia dovuta alla disoccupazione o alla mancanza di un lavoro stabile e continuativo. Il 75% degli iscritti alla Caritas è disoccupato e i più penalizzati sono i cinquantenni, troppo giovani per andare in pensione, troppo anziani per essere reintegrati nel mercato del lavoro. Inoltre, quasi il 10% degli iscritti dispongono di un’occupazione, cosa che però non permette loro di vivere dignitosamente.
Di queste cinquecento famiglie il 47% è italiana, mentre il 53% è di nazionalità straniere, ma con regolare permesso di soggiorno o documenti in regola. Marocco e Romania sono le nazionalità principali all’interno delle famiglie straniere.

È difficile stabilire se la povertà ad Ivrea sia in aumento o in linea con gli anni precedenti, ma alla Caritas l’esperienza fa da maestra. Gli anni passati, infatti, gli sportelli d’ascolto erano aperti due giorni a settimana (martedì e mercoledì) e i volontari accoglievano sia famiglie già iscritte sia famiglie nuove. Da quest’anno due giorni non sono più sufficienti e per questo motivo l’orario d’ascolto è stato esteso anche al giovedì. Ogni settimana circa 24 famiglie già iscritte alla Caritas si recano agli sportelli per chiedere aiuti economici, mentre il giovedì si va dalle 2 alle 5 famiglie nuove che vengono ascoltate.
Di fronte a questo aumento della mole di lavoro i volontari hanno anche inserito l’obbligo della prenotazione.

Questi elementi sono tutti indicatori del fatto che qualcosa è già cambiato all’interno dell’humus sociale eporediese e che la certezza di vivere in un territorio “ricco” si è fatta via via più sfocata. Il benessere portato dall’Olivetti ha avuto lungo respiro e non è da escludere che si sia protratto anche attraverso le pensioni degli ex-lavoratori.
I soldi messi da parte, tuttavia, presto o tardi finiscono. È forse fondata l’ipotesi secondo la quale il territorio, forte di questa sua storica ricchezza sia riuscito ad “ammortizzare” la crisi cominciata nel 2008, ma il contraccolpo non sarà eterno.
Queste 505 famiglie sono un monito fatto di carne e ossa, non dimentichiamocelo.

Andrea Bertolino