Il Patto della concordia

Dal sogno alla realtà: dentro la Legge di Bilancio 2021 non c’è nulla per la scuola, con in più il capolavoro del premio alla “dedizione all’insegnamento”

A cominciare dal titolo, il “Patto per la scuola al centro del Paese” è il libro dei sogni.
Ci puoi trovare ogni ben di dio: dal reclutamento efficiente formativo e duraturo alla riqualificazione edilizia, e poi il contrasto all’abbandono e la continuità didattica, la formazione continua ma anche la semplificazione normativa, la riduzione del numero di studenti per classe (dove l’ho già sentita questa…?) e naturalmente gli aumenti salariali. Il tutto compreso in una cornice rassicurante: la “consapevolezza che il futuro dell’Italia sarà nelle mani dei giovani che oggi frequentano le nostre scuole”, “il sistema di istruzione e formazione centrale per lo sviluppo sostenibile e per il lavoro”, “una risorsa decisiva per il futuro della comunità nazionale”, “diviene indifferibile rilanciare il sistema scolastico”… e via assiomando.
Perciò a maggio 2021 l’avevan firmato gioiosamente tutti quel Patto, governo e sindacati cum magnum gaudium: era l’ora della svolta, e quando se no!? Quando se non oggi che “le risorse europee… rappresentano l’occasione per rilanciare la centralità della scuola per il Paese”? Vero è che a porgere l’orecchio – cosa che non si può più chiedere ai sindacati – ogni tanto si sentiva come una piccola crepa, il cedimento a un vizio antico.
Per esempio nella “sfida straordinaria” (abbondano le sfide, a proposito di parole) cui i docenti sarebbero chiamati per “valorizzare come opportunità di profonda innovazione l’esperienza vissuta da tutta la comunità educante durante il periodo pandemico”, mentre l’unica opportunità valorizzabile di quell’incubo chiamato DaD – le cui nefaste conseguenze sorbiremo per molti anni a venire – è l’obbligo morale di non cadere mai più dentro quel buco spaziotemporale.
Ma il diavolo, che si cela nelle pieghe del Patto, lo trovi anche in certe sfumature senza importanza: nel “necessario potenziamento…dell’istruzione tecnica e professionale”, in nome della slicealizzazione cara a Bianchi e reclamata dalla Confindustria [a corto di manodopera obbediente, ma questa è una lunga storia]; o in un “orientamento scolastico a partire dal primo ciclo” cioè dai bambini spinti anch’essi fuori dal presente, verso il Divino Futuro perennemente da acchiappare; oppure nel diffuso linguaggio tecno-aziendale: “un’ottica di organizzazione data driven (!)”, la “cabina di regia”, le “risorse umane”, le onnipresenti “competenze digitali”… Ma lasciamo stare i sofismi elitari e andiamo al sodo: diminuzione di alunni per classe e aumento salariale, si diceva tra l’altro in quella teoria di cose belle. Che però – e questo era sospetto – non prevedeva patti di sangue e nemmeno quelle cose lì da burocrati: date, cifre, scadenze, numeri, dare soldi vedere cammello insomma. E così, succede che nella Legge di Bilancio 2021 non ci sono risorse per diminuire gli studenti per classe – che non arriverà, per il semplice motivo che basta accomodarsi sulla sponda del fiume e aspettare: tra 2, 3 anni la denatalità morderà le chiappe alle scuole, e sarà allora che il Bianchi di turno potrà forse fare il figo mantenendo la parola data nel libro dei sogni.
Per ora l’ordine è temporeggiare, rimandando la sicurezza e la “distanza sociale” che, stando all’esilarante Protocollo diffuso nelle scuole dal 14 Agosto 2021, è obbligatoria “qualora logisticamente possibile” [sic!] Soprattutto rinviando la didattica inclusiva, il successo formativo, il contrasto all’abbandono, lo “sviluppo delle competenze per una cittadinanza consapevole e partecipativa” (sempre dal Patto).
Quanto poi agli aumenti salariali, per il momento la beffa consta di 87 euro lordi medi, ma il vero capolavoro è la valutazione della “dedizione all’insegnamento”, premiata con pochi euro mensili e chissà come stimata, ma già sperimentata con la mitica “Buona scuola” di renziana memoria (forse il vero orlo del precipizio): divide et impera, appunto.

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