Nucleare di ennesima generazione? Il problema non cambia!

Il ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani, con le sue recenti proposte di ritorno all’utilizzo dell’energia nucleare, fornisce lo spunto per rivedere le considerazioni che i movimenti ambientalisti hanno sviluppato da oltre mezzo secolo su questo tipo di fonte energetica

Innanzitutto oggi in Italia non abbiamo certo bisogno di cercare i pro e i contro del nucleare sull’enciclopedia.
Infatti è di dominio pubblico che le quattro centrali nucleari italiane di Trino (VC), Caorso (PC), Latina, e Sessa Aurunca (CS), in tutta la loro esistenza, hanno complessivamente prodotto energia elettrica per 91 miliardi di chilowattora. Sembrano tanti, ma occorre tenere presente che gli impianti fotovoltaici esistenti in Italia, solo negli ultimi quattro anni, ne hanno prodotti oltre 95 miliardi.
In compenso queste quattro centrali nucleari hanno lasciato rifiuti radioattivi che resteranno tali per migliaia di anni e che ad oggi nessuno sa ancora dove collocare in condizioni di relativa sicurezza: anche le prime risultanze del Seminario organizzato da Sogin attualmente in corso per l’individuazione del Deposito nazionale per le scorie testimoniano che nessuno, in Italia, vuole avere materiale radioattivo sul proprio territorio.
Per non parlare delle emissioni climalteranti e dei costi dovuti a quei pochi chilowattora di origine nucleare, perché, per ogni chilowattora, vanno calcolati il costo e l’inquinamento dovuti all’estrazione del minerale contenente Uranio, quelli dovuti alla sua raffinazione, all’arricchimento, alla costruzione e gestione della centrale, al suo smantellamento, e infine, alla conservazione delle scorie radioattive per migliaia di anni.

Ma non è solo questione del pessimo rapporto tra i benefici (pochi) e i rischi e i costi (tanti, in proporzione). Infatti, come scriveva Giuliano Martignetti, fondatore del Movimento “Kyoto dal Basso” e presidente di Legambiente Piemonte negli anni 80, nel suo Dizionario dell’Ambiente (ISEDI 1995), “il “nucleare”, al di là della sua realtà concreta, è venuto assumendo nel corso degli anni un valore fortemente simbolico, discriminante fra due idee antitetiche dell’uomo e del suo futuro nel mondo: da un lato l’uomo faustiano, teso al dominio dell’ambiente naturale, convinto di potere, con la sua tecnica e la sua industria, forzare indefinitamente i limiti dello sviluppo, dall’altra l’“uomo nuovo” ecologico che prende atto della sua appartenenza alla natura e della necessità di ristrutturare in armonia con essa la propria società e la propria economia”.
Oggi si vede bene che, come ricorda il professor Angelo Tartaglia, fisico e ingegnere, già docente del Politecnico di Torino, “dietro questi ritorni di fiamma verso il nucleare c’è la mitica aspirazione a una fonte d’energia a buon mercato e soprattutto “inesauribile”, cioè il sogno di chi preferisce inseguire le favole, travestite da miracolo tecnologico, piuttosto che dismettere il dogma dell’assoluta priorità dell’egoismo individuale come motore di un mitico progresso fondato sulla infinita crescita di qualsiasi cosa”.
E pur di non rinunciare a questo mito, ecco comparire nuovi tipi di nucleare, a partire da quello originale, detto di prima generazione, per passare a quello di seconda generazione, poi di terza, e oggi di quarta generazione, in una sorta di accanimento terapeutico che tenta di tenere in vita una tecnologia che è ormai deceduta a causa dei suoi problemi di sicurezza, di costi e di possibile utilizzo in campo militare.
Così vengono via via proposti vari reattori che sono, ad esempio:

  • di taglia più piccola (così però ne sarebbero necessari più tanti, con un rischio complessivo maggiore);
  • raffreddati con una miscela di Bismuto e Piombo fusi (che vedrebbe inevitabilmente il Bismuto trasformarsi nel pericolosissimo Polonio radioattivo);
  • a fusione, anziché a fissione (ma i neutroni generati dalla fusione renderebbero radioattive le strutture e genererebbero quindi scorie radioattive, certamente diverse da quelle derivanti dalla fissione, ma pur sempre radioattive per tempi dell’ordine di “solo” trecento anni, e che dentro la centrale si riformerebbero giorno per giorno mettendo quindi in continuazione a rischio i trecento anni successivi);
  • oppure quelli le cui scorie radioattive verrebbero trasmutate in prodotti a rapido decadimento (con processi però molto complessi che aumenterebbero rischi e costi).

Insomma, il nucleare sicuro, pulito, pacifico ed economico è un vero e proprio ossimoro, ossia una contraddizione in termini, come il SUV ecologico, l’inceneritore pulito, eccetera.
Pertanto il nostro futuro energetico non può e non deve basarsi su queste tecnologie, pur se progressivamente raffinate: infatti tutte sono generatrici di radiazioni e di rifiuti radioattivi, tutte hanno un possibile utilizzo militare e terroristico, tutte sono molto costose e per giunta non praticabili in tempi brevi, come sarebbe invece necessario per ostacolare subito in modo efficace il cambiamento climatico.
Insistere nel volerle utilizzare rappresenta un accanimento immotivato a mantenere il nostro futuro energetico legato a fenomeni fisici che non sono appropriati per un futuro di pace, di equità e di salute.
Oltretutto in Italia la contrarietà all’utilizzo del nucleare è stata democraticamente e ufficialmente stabilita in ben due referendum, che si sono svolti nel 1987 e nel 2011, in occasione dei quali, proprio nei luoghi dove il nucleare era ben conosciuto e rappresentava una rilevante fonte di occupazione, quali Saluggia e Trino, la maggioranza assoluta dei cittadini aventi diritto al voto si è pronunciata contro questa tecnologia.
In risposta a chi – anche allora – proponeva il nucleare per contrastare l’alterazione del clima, l’inquinamento dell’aria ed i conflitti dovuti al controllo sul petrolio in esaurimento, i volantini del Movimento Antinucleare dicevano testualmente: “Diciamo SÌ all’efficienza, SÌ all’energia solare, ma diciamo NO al nucleare, perché le centrali nucleari:

  • rappresentano la soluzione più pericolosa ai problemi creati dai combustibili fossili, sia in termini di sostanze tossiche che vengono create per ogni chilowattora di energia elettrica prodotta, sia ancor più in termini di sostanze tossiche che vengono create per ogni chilogrammo di CO2 evitata;
  • nell’azione di rallentamento dei cambiamenti climatici sono poco tempestive e scarsamente efficaci, a causa dei lunghi tempi di realizzazione e delle notevoli emissioni prodotte nella costruzione, nello smantellamento ed anche nell’approvvigionamento dell’Uranio, specie se si dovrà utilizzare minerale povero;
  • le riserve di Uranio vantaggiose sono limitate, mentre l’utilizzo del minerale povero comporta alte emissioni e alti costi; il riciclo dell’Uranio comporta il riprocessamento con alti rischi ambientali e pericolo di proliferazione del Plutonio per le bombe; l’autofertilizzazione comporta un ulteriore aumento dei rischi ambientali e di proliferazione;
  • durante il funzionamento producono al loro interno rifiuti altamente radioattivi che in caso di incidenti possono essere proiettati all’esterno e che, in ogni caso, rimangono pericolosi per migliaia di anni;
  • emettono, durante il loro normale funzionamento, rifiuti radioattivi liquidi e gassosi che sottopongono i cittadini ad esposizioni ufficialmente definite “basse”, ma non per questo meno pericolose in termini collettivi;
  • possono, insieme ai depositi nucleari e agli impianti di riprocessamento, essere un tragico bersaglio per atti terroristici devastanti;
  • comportano la produzione di Plutonio e Uranio impoverito, che possono avere impiego nel settore militare;
  • non hanno un costo competitivo, specie se il minerale da cui si ricaverà l’Uranio sarà sempre più povero, se si dovranno costruire gli impianti di riprocessamento e di autofertilizzazione, e se si considera anche il costo dello smantellamento e della custodia millenaria delle scorie radioattive;
    sottraggono ai cittadini la possibilità di essere essi stessi produttori di energia, relegandoli ad essere solo consumatori passivi di energia prodotta centralmente;
  • subordinano la sicurezza di approvvigionamento elettrico alle disponibilità di Uranio e, anche in caso di riprocessamento e/o di autofertilizzazione, a tecnologie complesse di difficile controllo democratico e di difficile mantenimento in situazioni di difficoltà sociali o belliche;
  • costringono ad una militarizzazione del territorio, per prevenire i terribili effetti di eventuali atti terroristici;
  • richiedono investimenti ingentissimi, che vengono così sottratti alle fonti energetiche rinnovabili e pulite, quali l’efficienza e il solare”.

Continuiamo a pensarla così anche oggi.
Allora non è forse meglio lasciare il nucleare sul Sole, dove la fusione avviene naturalmente e senza rischi per gli abitanti della Terra, e utilizzare invece l’energia solare nelle sue varie forme, dirette e indirette che da qualche anno sono diventate convenienti anche dal punto di vista economico?
In questo ci conforta anche il parere del professor Giorgio Parisi, proclamato Premio Nobel per la fisica pochi giorni fa, il quale da sempre ha fatto rilevare l’inadeguatezza e la pericolosità del nucleare, come possiamo vedere nelle interviste da lui rilasciate ad esempio in occasione del referendum sul nucleare del 2011:

Gian Piero Godio – Legambiente e Pro Natura del Vercellese
Anche il circolo Legambiente Dora Baltea, condividendone i contenuti, sottoscrive l’articolo.

 

Varieventuali ringrazia l’autore per averne concesso la pubblicazione su queste pagine.