Scorie 2: il ritorno

Si torna a parlare di nucleare con la pubblicazione delle aree potenzialmente idonee alla costruzione di depositi per le scorie nucleari. Tra queste, anche Caluso-Mazzè-Rondissone e Carmagnola


La recente pubblicazione della CNAPI (Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee) ha seminato particolare scontento nella nostra regione. Tra i siti individuati per l’eventuale deposito delle scorie nucleari, eredità della breve ma intensa stagione nucleare italiana, se ne contano ben sei in provincia di Alessandria e due in provincia di Torino: l’area di Caluso-Mazzè-Rondissone e il comune di Carmagnola. Ohibò, e chi si ricordava delle scorie? Bando ai sensi di colpa, il documento arriva infatti senza alcun avvertimento e per di più con i doverosi e tradizionali ritardi: la sua pubblicazione era prevista per il 2016, ma è giunta a sorpresa e senza preavvisi solo quest’anno, la mattina del 5 gennaio, rovinando come minimo il caffè ai sindaci e ai cittadini dei comuni interessati. Dalle prime ore di quel martedì, le proteste dei primi cittadini, nonché delle associazioni e dei comitati, si sono moltiplicate: da una parte, le comprensibili e prevedibili preoccupazioni di fronte alla possibilità di dover sotterrare migliaia di metri cubi di scorie radioattive nei propri territori, in gran parte avviati a progetti di valorizzazione agricola, eno-gastronomica e turistica; dall’altra, l’indignazione per la scarsa sensibilità dimostrata dai ministeri dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, che non si sono premurati di avvertire le amministrazioni interessate, innalzando i livelli di ansia collettiva già tenuti al di sopra della soglia di sopportabilità dall’attuale pandemia.

Breve ma intenso: il nucleare in Italia

È ormai passato più tempo da quando l’Italia ha rinunciato all’energia nucleare di quanto è durata l’effettiva esperienza produttiva. La stagione nucleare italiana si è protratta infatti per poco più di vent’anni; inizialmente era partita piuttosto bene e guardava al futuro con fiducia: con la prima centrale elettronucleare, inaugurata a Latina nel maggio 1963, potevamo vantare il reattore più potente a livello europeo. Le successive centrali, installate a Sessa Aurunca e, poco dopo, a Trino vercellese, vantavano primati simili se non superiori. Nel 1970, ecco la quarta centrale a Caorso; eppure, i prodigi della magia nucleare soddisfavano appena il 3-4% del fabbisogno energetico nazionale…la soluzione? Pianificare altre centrali! Poi ci si accorse che forse era meglio, se non aver paura del nucleare, perlomeno mostrare un po’ di quel naturale tentennamento, di quel senso simil-romantico di sublime di fronte al potenziale distruttore della tecnologia atomica. Nel 1979 un incidente nella centrale di Three Mile Island, in Pennsylvania, USA, ne impose la chiusura: anche se non ci furono morti direttamente collegate all’evento, furono chiari a tutti gli irreversibili danni ambientali e i lunghi e faticosi sforzi, trascinatisi per tredici anni, per la bonifica, per non parlare del fatto che tutt’ora il sito è monitorato e sorvegliato in attesa dello smantellamento definitivo. Nel 1982, l’impianto di Sessa Aurunca presentò un guasto la cui riparazione risultò decisamente antieconomica e venne chiuso. Nel 1986, il disastro di Černobyl rese chiaro a tutti che ogni centrale nucleare racchiude in sé una catastrofe in potenza; così, l’anno successivo, in Italia vennero presentati tre referendum nazionali che portarono la grande maggioranza dei votanti ad esprimersi contro il nucleare; alla soglia degli anni ’90 si abbandonò il Progetto Nucleare Unificato e le centrali presenti sulla penisola vennero chiuse e smantellate. L’ultimo tentativo di elaborare un programma nucleare italiano venne definitivamente stroncato dal disastroso incidente di Fukushima (11 marzo 2011), verificatosi in occasione del referendum abrogativo, svoltosi pochi mesi dopo e riportando a grande maggioranza un’opinione contraria.

Nuclei problematici nella gestione dei rifiuti radioattivi

Se produrre energia nucleare non è proprio una passeggiata, gestirne gli scarti è come giocare a calcio sulle sabbie mobili: lentissimo e se ne farebbe volentieri a meno; purtroppo, ce ne si accorge solo quando si è ormai affondati a metà caviglia. Infatti, ogni centrale nucleare, oltre all’energia e alle potenziali catastrofi, produce, inesorabilmente e incessantemente, scorie radioattive. Come si poteva benissimo immaginare, queste continuano a esistere anche quando non esiste più un programma nucleare nazionale; e infatti, eccoci qui (anche se “nucleare = energia pulita” continua insensatamente a rimanere uno slogan diffuso). Fino ad ora le scorie prodotte dalla breve stagione nucleare italiana hanno trovato posto in depositi temporanei, di cui il Piemonte è piuttosto affollato. Sia l’ex centrale di Trino (VC) sia il vicino deposito di Saluggia, insieme a quello di Bosco Marengo (AL) accoglierebbero una grande percentuale delle scorie, ma sono poche le regioni italiane risparmiate dalla presenza di scorie radioattive in attesa di locazione definitiva (una comoda mappa è presente qui). Il problema è che la quasi totalità di questi luoghi non è idonea ad accogliere in sicurezza questo tipo di rifiuti: le scorie nucleari, come si sa, emettono radioattività per molti anni (anche milioni di anni, senza esagerare). In particolare, quelle ad alta attività (e dunque “ad altissima pericolosità”, analogia ben esposta dal presidente di Legambiente Piemonte-Aosta Giorgio Prino), richiedono tempi e cure massimi e, tuttavia, si troverebbero per la maggior parte in territori inadatti e poco sicuri: le aree di Trino e Saluggia, per esempio, si trovano vicino a falde e corsi d’acqua, e il pericolo di alluvioni e di possibili disastri ecologici è molto elevato. È evidente, quindi, l’urgenza di trovare sistemazioni adeguate per questo tipo di rifiuti: ma nel giardino di chi?

“Not in my yard”

Nessun territorio muore dalla voglia di accaparrarsi il titolo di “zona potenzialmente idonea” per il deposito di scorie nucleari, anche se il sindaco di Trino, prontamente spalleggiato da Salvini (il quale a sua volta è stato prontamente criticato dal PD), sembra esserci andato vicino. Le reazioni polemiche e preoccupate della quasi totalità dei sindaci coinvolti, quindi, non stupiscono; ma non sempre si appellano alle giuste ragioni. Fare leva sugli investimenti sulle produzioni locali, sulla bellezza o sul processo di promozione del proprio territorio come motivi di esonero dall’installazione di un’infrastruttura necessaria come quella in questione, per quanto condivisibile, non sarà mai un’argomentazione abbastanza forte: in un paese dalla forte vocazione turistica come l’Italia, non esiste territorio le cui ricche potenzialità non vengano promosse per generare prosperità. Ha dunque ragione chi, cautamente, propone l’attenta disamina dei criteri di selezione con cui è stata stilata la CNAPI, nell’ottica di mettere in questione, se mai, l’oggettività scientifica alla base della scelta per idoneità.

Ogni battaglia per la protezione ambientale nasce da un virtuoso attaccamento al proprio territorio; ma fermarsi a questo rischia di declassare il potenziale di una lotta ambientale a un banale lamento di privilegiati: non importa se altri giardini verranno distrutti, l’importante è che non tocchi al mio. Purtroppo, i territori non contaminati, non abbruttiti da infrastrutture mal progettate, non desertificati e generalmente non danneggiati scarseggiano sulla nostra penisola. Accettare di vivere su un pianeta infetto, contaminato, sfruttato e danneggiato non è semplice, così come non lo è l’accettare la dura realtà che queste scorie vanno pur messe in sicurezza da qualche parte. Spinti dall’emotività, potremmo quasi desiderare di spedirle a qualche paese in via di sviluppo, perpetrando una perversa tradizione coloniale, o sulla Luna, o addirittura su Marte (queste ultime opzioni sono comunque impraticabili al momento), ma saremmo davvero pronti a scommettere di aver fatto la scelta giusta? Il nucleare è stato una parentesi, per quanto fallimentare, della crescita e del progresso in cui sembra credere la stragrande maggioranza delle persone: che sia forse questo il problema? Che la cieca fiducia in una parabola mai discendente di benessere, abbondanza e ricchezza ci abbia fatto volare troppo precipitosamente verso il sole (letteralmente: da decenni proviamo a riprodurre i processi di fusione nucleare alla base delle stelle), senza pensare a come saremmo potuti ritornare a terra?

Che fare, dunque?

La pubblicazione della CNAPI non è che il primo, preliminare passo per una soluzione il più possibile definitiva (gli impianti vengono progettati per un arco di vita di circa 350 anni…ma le radiazioni durano molto di più) al problema delle scorie nucleari. Un deposito nazionale è necessario: realisticamente, nessuno desidera che un qualsiasi problema in uno dei depositi provvisori provochi gravi danni ecologici (e dunque anche umani) all’intera penisola. Ma è pur vero che la scelta debba venire ponderata e discussa in modo più possibile collettivo e partecipato, per smorzarne l’aura di condanna con cui è drammaticamente dipinta. Con un poco di realismo, la pillola va giù (male, ma va giù): sono già fin troppo numerosi i luoghi che in Italia sono effettivamente condannati a subire le conseguenze di infrastrutture pericolanti, inutili, mal progettate e mal gestite; nel caso attuale, la consolazione risiederebbe nell’evidente necessità di quest’opera e nella speranza (sì, è difficile) che, almeno questa volta, venga attuata con serietà e competenza. Chissà, forse solo una catastrofe nucleare non sarebbe di giovamento alla rapacità del capitalismo dei disastri. Invece che aspettare di scoprirlo, conviene forse seguire, nei prossimi due mesi (questo è il tempo previsto dalla Sogin per lo svolgimento della consultazione pubblica) l’evoluzione della situazione e della discussione, sia all’interno delle associazioni ambientaliste territoriali (Sabato 16 gennaio ci sarà una riunione di tutti i circoli regionali di Legambiente) sia tra sindaci e parlamentari regionali, che si sono riuniti in data odierna, 11 gennaio: in questa sede i primi cittadini hanno richiesto “una deliberazione da parte di Regione Piemonte a tutela del territorio e delle sue eccellenze agricole” e “una azione politica forte che rappresenti con una voce sola le specificità del territorio individuato che oggettivamente non possiede le caratteristiche per ospitare il deposito”. Come si legge su La Sentinella, si è parlato di “fare squadra sul territorio per difendere le eccellenze agroalimentari e turistiche” e si sono segnalati errori e imprecisioni presenti nel documento di Sogin, la ditta che si occupa della gestione dei rifiuti radioattivi in Italia. In generale, i parlamentari si sono dichiarati d’accordo con le richieste dei sindaci e si sono detti già all’opera per presentare interrogazioni urgenti ed esigere chiarimenti dai ministri. L’approccio combattivo e fortemente sulla difensiva vuole suonare rassicurante, ma ci sentiremo davvero tutti più al sicuro quando la pagina radioattiva del nucleare italiano verrà definitivamente chiusa.

Lara Barbara